A guardar da fuori, la maggioranza è compatta. Col vertice di ieri questo il centrodestra voleva dire alla pubblica opinione: del resto in qualche modo Meloni, Tajani, Salvini e Lupi vogliono reagire ad una immagine della coalizione che è molto diversa da quella che ci si imponeva alla vigilia del referendum.
Dopo la sconfitta, le cose si sono molto complicate, e uno dei temi di questa complicazione - più sotterranei forse ma assolutamente decisivi - è la riforma della legge elettorale di cui appunto si è discusso ieri al vertice dopo un preambolo sul nucleare, sulle richieste da fare a Bruxelles per l’emergenza prezzi dell’energia, su Hormuz. Tutti, anche quelli che hanno manifestato più di un dubbio, hanno detto: «procediamo spediti verso la riforma» (parola di Maurizio Lupi, il capo dei moderati). Questo vuol dire un voto favorevole in commissione entro luglio e poi l’approvazione in Senato.
Con l’approvazione del pagamento della nona rata, legata al conseguimento di 50 obiettivi, l’Italia consolida il primato europeo nell’attuazione del PNRR per risorse ricevute e risultati raggiunti: 416 traguardi e obiettivi, tra riforme e investimenti strategici per la crescita,… pic.twitter.com/jdF7JrTk81
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) April 29, 2026
Ma attenzione: da qui ad allora gli alleati di Giorgia Meloni si faranno sentire su un testo che va a premiare la coalizione con il meccanismo del premio che scongiurerebbe il pareggio, ma rischia di intaccare i patrimoni elettorali di Lega, Forza Italia, Noi Moderati: la cancellazione dei collegi uninominali potrebbe riservare non poche sorprese. Dunque le trattative sono ancora aperte anche se Giorgia Meloni ha fretta. Secondo alcune indiscrezioni la premier vorrebbe addirittura andare avanti con la fiducia nonostante i ripetuti inviti alla collaborazione che la maggioranza rivolge all’opposizione: tutti respinti, per ora.
Mettere la fiducia troverebbe contraria Forza Italia (riunione martedì con Gianni Letta): Tajani è contrario a un «colpo di maggioranza» che darebbe alla sinistra un buon argomento di polemica che, diciamo la verità, avrebbe un suo fondamento: le regole del gioco elettorale sarebbe bene che fossero se non condivise nella loro totalità, almeno discusse tra maggioranza e opposizione.
Blindarle con il voto di fiducia sarebbe una prova di forza, da parte di Meloni, che potrebbe rovesciarsi in una dimostrazione di debolezza: poiché nella maggioranza le resistenze sono parecchie, tanto vale tagliare il nodo con l’accetta. Ma se davvero questa fosse l’intenzione della premier, ci si domanda se Tajani potrebbe defilarsi o, come dicono alcuni, sganciarsi. Qui fioriscono i sospetti intorno a un partito pungolato dalla famiglia Berlusconi perché si apra ad una prospettiva più dialogante con l’opposizione, quantomeno quella riformista, moderata, liberale che pure c’è ancora in Parlamento, nel PD e non solo.
È l’eterno ritorno del fantasma del centro che viene evocato e che ha trovato nella seconda e terza Repubblica tanti fautori e altrettanti detrattori. Risultato: non se ne è fatto mai nulla. C’è chi dice – diversi costituzionalisti – che la legge elettorale «Melonellum» con il suo premio di maggioranza non scongiurerebbe il temuto pareggio tra centrodestra e centrosinistra. E allora sì che nello stallo, il centro potrebbe risorgere dalle ceneri. Calenda lo sogna apertamente, ma moderati come Tajani e Lupi di sicuro non sarebbero insensibili.




