Il peso del «No» e le prime crepe nella resilienza del centrodestra

Il referendum sulla giustizia ha rianimato quel bipolarismo sempre invocato, ma mai reso davvero operante. Il suo rilancio è stato, però, un fuoco di paglia, il bagliore di un momento che paradossalmente ha rianimato la frammentazione di prima. Anzi, più di prima. Il referendum, per sua natura, impedisce le articolazioni dell’opinione pubblica: Chiede all’elettore perentoriamente che il suo «parlare – come si legge nel Vangelo – sia sì, sì, no, no». Appena la parola torna ai partiti, il loro dire diventa una Babele. Succede a sinistra (ma qui eravamo abituati). E succede (qui sta la novità) anche a destra. Di più, le differenziazioni si attivano addirittura dentro ogni partito.
Ne sa qualcosa la destra. Colpa della sconfitta, la prima che coinvolge personalmente la sua leader. Il «Sì» doveva aprire la strada al completamento del progetto riformatore del governo: dopo la Giustizia, l’Autonomia differenziata e il Premierato. La strategia di Palazzo Chigi prevedeva un effetto domino virtuoso: la vittoria sulla Giustizia avrebbe dovuto dare la spinta decisiva per attuare anche le altre due riforme istituzionali. Il 53% di «No» ha collocato invece un macigno sulla strada della destra. La maggioranza è entrata in fibrillazione.

Ha avuto un bel dire la premier che il risultato del referendum non avrebbe comportato ripercussioni sulla vita del governo. Già il giorno dopo, ha proceduto a un mini rimpasto. Un intervento immediato per cercare di arginare le crepe apertesi tra i soci della coalizione. È la prima volta che Giorgia Meloni subisce un’incrinatura della sua immagine di «leader infallibile», di figura politica che sa stabilire un rapporto diretto con il popolo e coglierne gli umori profondi. Forse, sono propri gli umori profondi che l’hanno spiazzata.
Sembrava che la destra avesse il vento in poppa, con il presidente della maggiore mondiale che indicava la rotta. La navigazione ha invece incontrato improvvisamente uno scoglio. Doveva essere l’avvio di una nuova età dell’oro e si profila invece un’età di guerre, di inflazione, di recessione. Meloni è finita così nel cono d’ombra di Trump, che si è conquistato la fama di nemico dell’Europa, di denigratore della civiltà democratica, di banditore di una politica di potenza che fa strame delle regole di un’ordinata, pacifica convivenza internazionale.
Risultato: affanno di Fratelli d’Italia, crisi d’identità e lotta generazionale sia di Forza Italia che della Lega. Gli azzurri avevano da poco finito di festeggiare la resilienza del partito che nessuno si aspettava potesse sopravvivere alla scomparsa del suo fondatore, padre-padrone. Di colpo, la bocciatura della riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, di cui Forza Italia aveva fatto la sua bandiera, la risucchia nel gorgo di un regolamento dei conti della sua classe dirigente.

Paga il conto della sconfitta anche la Lega. Aspettava il varo della separazione delle carriere dei magistrati per poter rilanciare la battaglia dell’Autonomia differenziata. Si ritrova con il cammino intralciato. I Lumbard si sentono spogliati delle loro battaglie storiche. Provano delusione per il progetto salviniano di fare della Lega, non più il sindacato del Nord, ma uno sbiadito partito nazionale, né carne (l’amata Padania) né pesce (la negletta patria dei terùn). A sua volta, il Sud mostra di non avere nessuna intenzione di prestare ascolto ad un partito il cui Dna è nordista e che nel frattempo ha anche sposato le posizioni più oltranziste della destra estrema.
Non bastassero gli attriti interni, il centrodestra deve prender atto che una parte del suo elettorato non lo segue sul tema delle riforme istituzionali, giudicandole irrilevanti rispetto ai problemi reali (costo della vita, sviluppo economico, sanità) che mordono sulla viva carne dei lavoratori. Meloni si trova di fronte a un bivio: insistere sulla linea tracciata dall’agenda delle riforme, col rischio di scontentare ulteriormente il suo elettorato, o attuare invece una virata (magari anche un corposo rimpasto ministeriale) per mettere l’economia nazionale nelle condizioni di uscire dalla palude che condanna il paese a lamentare i salari tra i più bassi d’Europa.
Il voto di marzo ha dimostrato che il consenso non è una delega in bianco, ma va guadagnato sul campo dando risposta ai problemi davvero vitali. Meloni deve riguadagnare lo slancio che ha portato la sua coalizione a primeggiare, prima che il «No» della piazza le si trasformi in un bagno di sangue alle elezioni politiche dell’anno prossimo.
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