Dal caso Moro all’ego di Trump: i nuovi equilibri mondiali

L’anniversario del rapimento oscurato da una situazione politica incandescente
Aldo Moro in una foto rilasciata dalle Brigate Rosse durante il rapimento
Aldo Moro in una foto rilasciata dalle Brigate Rosse durante il rapimento
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Era il 16 marzo 1978 quando Aldo Moro venne rapito a Roma dalle Brigate Rosse, annientando l’intera scorta che lo accompagnava. Il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia, lunghi dibattiti politici sull’opportunità di trattare la liberazione dell’ostaggio, la pubblicazione di messaggi delle BR e le numerose lettere scritte dallo stesso Moro, il suo corpo senza vita fu fatto ritrovare nel centro della capitale. In via Caetani, strada che collegava l’allora sede nazionale della Democrazia cristiana con quella del Partito comunista: messaggio politico chiaro.

L’incalzante attualità degli avvenimenti ha sfumato l’attenzione sulla ricorrenza del rapimento dello statista. Probabilmente avrà più spazio l’anniversario dell’assassinio, anche se non segnerà ancora la cifra tonda del mezzo secolo. Anche le ricorrenze hanno una loro graduatoria.

La riflessione che ora suscita riguarda l’importanza di singoli protagonisti della storia sulle vicende complessive del loro tempo. Allora l’assassinio di Moro significò il lacerarsi della trama politica, nazionale ed internazionale, che portava il suo nome. Oggi l’avvento della presidenza Usa di Donald Trump manda in frantumi, ad una velocità inusitata, gli assetti mondiali scaturiti dagli accordi successivi alla seconda guerra mondiale e dagli eventi che seguirono con i vari aggiustamenti.

Il quadro politico complessivo è profondamente mutato. Allora erano in campo i partiti nazionali e le ideologie segnavano i confini dei rispettivi campi d’azione. I protagonisti dovevano fare i conti con un tale forte scenario. Attualmente, scemato l’impatto dei partiti e delle ideologie, deborda il potere personale dei singoli leader che possono fare e disfare a loro piacimento i destini del mondo istituzionale e conseguentemente delle nazioni, in forza di un mandato personale che rivendicano a pieno titolo.

Accade dove operano le democrazie come nei sistemi retti da regimi dittatoriali. Gli scontri tra i poteri dello stato si rinnovano sotto le diverse latitudini – pensiamo a quanto sta avvenendo in Turchia con il sindaco di Istanbul – sancendo il primato di chi detiene l’ultima e conclusiva parola.

Il caso Moro accese i riflettori sulle interferenze estere nelle vicende nazionali, miscelando le priorità ideologiche con gli interessi economici che le attraversavano. Le cronache attuali seguono un copione di narrazione che non solo non nasconde il primato dei disequilibri economici, ma ne rivendica la piena legittimità. La linea d’azione la detta l’economia. La politica è lo strumento discriminante, che bisogna occupare per legittimare gli interessi perseguiti.

Moro fu ucciso, come avvenne per i fratelli John, presidente in carica, e Bob Kennedy, aspirante a diventarlo. Trump ripete che Dio lo ha salvato dall’attentato per consentirgli di governare e salvare l’America dal finire in bancarotta. Per chi ha vissuto i 55 giorni del sequestro Moro restano inevase molte domande. A partire dal se non sarebbe stato opportuno trattare per salvargli la vita e provare a continuare a scrivere la vicenda politica che portava il suo nome, perché non fosse solo una questione personale.

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