Un caos mondiale in cerca di narratori equi

Si constata da sempre che la verità è la prima vittima di ogni guerra. Noi siamo nel pieno di guerre che si combattono nei diversi contesti - mondiali, nazionali, locali - ciascuno dei quali veicola le proprie verità e misconosce quelle altrui. Per avere il consenso di quote crescenti di una opinione pubblica frastornata, se non effettivamente confusa dalla velocità impressa al cambiamento degli scenari.
Si verifica che la rete globale innalza chiunque lo voglia al rango di forgiatore di opinioni immediate, quindi la si attenziona con cura. Però il giornalismo classico rimane lo strumento chiave da orientare a proprio favore, riconoscendogli ancora una portata istituzionale fondamentale.
La questione che tiene banco in questi giorni è il giudizio col quale accompagnare le scelte dirompenti che mette in campo il presidente Usa Donald Trump. A quale prezzo? Meglio assecondarle o resistere? Fino a che punto di rottura conviene imboccare una via o l’altra?
FULL VIDEO of the heated exchange between Trump, Vance and Zelensky pic.twitter.com/NskL3URZZB
— BNO News Live (@BNODesk) February 28, 2025
Inevitabilmente lo scenario globale chiama in causa il cosa fare ai diversi livelli, compresi i più prossimi a noi singoli. Noi, italiani ed europei, cresciuti nella convinzione che gli Stati Uniti fossero una sorta di nostra assicurazione sul benessere della libertà ed oggi accusati dal capo di quella nazione, ad un mese dalla entrata in carica smantellando l’impostazione del predecessore Biden, di essere una zavorra da ridimensionare, costringere al pagamento di nuove quote di ripartizione degli equilibri internazionali, persino punire se non asseconda le direttive da lui elaborate in totale autonomia.
Gli interlocutori trovati sul cammino vengono prima delegittimati, pure se teoricamente amici, poi eventualmente recuperati solo per firmare gli accordi che impone, perché diventino operativi consenzienti.
Come si può constatare già nel racconto di fatti ed intenzioni viene espresso un giudizio su quanto accade. Ma siamo alla periferia larga della narrazione. Man mano si entra nel merito ravvicinato, ecco che si finisce per diventare tifosi di una parte piuttosto che di un’altra. Siamo nella logica della guerra. Quando si ritiene che vengano messi in discussione i diritti fondamentali, non solo come gestirli nel loro riconoscimento, lo scontro si fa duro.
Si preparano settimane e mesi aspri nel fare e disfare della politica, con ricadute dirette sulla qualità della quotidianità del vivere. L’informazione sarà costretta a non essere distaccata, neutrale rispetto allo scorrere degli eventi. I fari si accenderanno sui presunti errori degli avversari e si abbasseranno sulle debolezze più prossime, riconosciute in privato e pubblicamente giustificate.
Quindi, come avviene per i canali televisivi e le testate giornalistiche, si sceglieranno le narrazioni che offrono argomenti di sostegno alle scelte di fondo compiute a monte. E quanti non le cercano? Saranno comunque coinvolti, perché stavolta sono davvero in gioco le condizioni quotidiane di vita degli anni a venire. La guerra a pezzi va componendo il suo mosaico, che cancella il precedente mentre il nuovo rimane una incognita in cerca d’autori. Anche in nome nostro.
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