Gli eventi degli ultimi giorni mostrano quanto sia vitale per l’Ucraina ricevere armi e informazioni di intelligence occidentali. Ricordiamo perché l’Europa arma Kyiv. Nel febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina. Le giustificazioni del Cremlino erano risibili: Kyiv non stava per entrare nella NATO e i fantomatici laboratori NATO per armi biologiche non esistevano. Putin credeva che bastasse una spallata per far crollare lo Stato ucraino, annettere parte del paese e trasformare il resto in un satellite di Mosca.
Dopo oltre quattro anni e mezzo, è chiaro quanto disastroso sia stato questo abbaglio. Gli ucraini hanno resistito ferocemente, ma senza armi e fondi occidentali la superiorità numerica e di fuoco russa avrebbe prevalso. Quella di Putin è una guerra imperialista contro uno Stato più piccolo. Non l’unica: ricordiamo l’invasione anglo-americana dell’Iraq del 2003, l’annientamento di Gaza da parte di Israele e le sue operazioni coloniali in Libano, o i bombardamenti americani dell’Iran. Denunciare queste aggressioni non significa però abbandonare l’Ucraina.
Kyiv resta una democrazia incompiuta, segnata da corruzione, oligarchi e debolezze istituzionali. Ma difenderla dall’invasione non equivale ad armare Hamas o Hezbollah, organizzazioni fondamentaliste che hanno ripetutamente compiuto attacchi terroristici. L’Occidente, pur chiudendo gli occhi davanti ai crimini israeliani, ha sostenuto l’Ucraina. Con Donald Trump è cambiato tutto. Il presidente americano ha attaccato la NATO, l’UE e soprattutto Zelensky, interrotto gli aiuti militari diretti e trasformato il sostegno statunitense in armi vendute agli europei perché le inviassero a Kyiv.

L’Ucraina resiste e addirittura contrattacca al fronte. Colpisce anche in profondità la Russia con armi proprie. Ma non può respingere da sola dalle enormi ondate di missili da crociera, ipersonici e balistici russi, che piombano sulle città e infrastrutture energetiche ucraine accompagnati da centinaia di droni. Le servono intercettori occidentali, soprattutto Patriot per abbattere i missili balistici. Proprio quelli che la guerra americana contro l’Iran ha contribuito a rendere drammaticamente scarsi. E le servono gli occhi di radar e satelliti occidentali, capaci di individuare tempestivamente i lanci russi.
Negli ultimi giorni Trump ha dimostrato ancora una volta di preferire gli interessi di Putin a quelli dell’Ucraina, e i propri a quelli di entrambi. Per abbassare i prezzi del carburante alla vigilia delle elezioni di midterm, ha sospeso le sanzioni americane sul diesel russo. Una boccata d’ossigeno per Mosca, mentre continua a bombardare il paese invaso. Ma a questa mossa spregiudicata è seguita una possibile pugnalata ancora più grave. Washington ha minacciato di sospendere la condivisione di intelligence se Kyiv non interromperà gli attacchi alle raffinerie russe.
Nei successivi bombardamenti di Mosca, l’Ucraina non ha ricevuto i consueti avvertimenti occidentali sui missili in arrivo: le sirene antiaeree hanno suonato quando i missili erano ormai a pochi secondi dall’impatto, in alcuni casi addirittura dopo le prime esplosioni. L’ovvio sospetto è che gli americani abbiano deliberatamente trattenuto le informazioni. In ogni caso il risultato è inequivocabile: meno tempo per intercettare i missili e per consentire ai civili di raggiungere i rifugi.
In tutto questo non c’è alcuna diplomazia o ricerca della pace, ma solo l’ennesima intesa tra Trump e Putin. La riprova? Trump proclama una tregua negli attacchi alle infrastrutture energetiche — e Putin risponde bombardando con impunità decine di impianti ucraini. Perché Mosca vuole piegare l’Ucraina attraverso il terrore di bombardamenti sempre più pesanti, mentre continua a dissanguare il proprio esercito al fronte. Putin non vuole fermarsi. Vuole vincere, anche al prezzo di altre centinaia di migliaia di vite. Smettere di armare l’Ucraina significa facilitargli il compito.




