In Italia, il polo che va alle urne diviso perde, regolarmente. È accaduto a Progressisti e Patto per l'Italia nel 1994 (a favore di Berlusconi vincitore), al centrodestra senza la Lega nel 1996 (a favore di Prodi), in parte anche nel 2001 con la sinistra e alcuni centristi fuori dal centrosinistra (a favore di Berlusconi, non tanto nel proporzionale quanto nei collegi uninominali), nel 2008 con la «vocazione maggioritaria» del Pd di Veltroni che lasciò fuori sinistra radicale e Psi (a favore di Berlusconi, che vinse pur scaricando l'Udc) e infine nel 2022 con il centrosinistra diviso dal M5s e dal Terzo polo (a favore della Meloni).
Stavolta, la scissione di Vannacci può agevolare il «campo largo», sempre che questo si presenti unito (senza Calenda, s'intende). Il problema, però, è che i sondaggi danno differenti percentuali ai poli maggiori a seconda che si scelgano le singole liste o i raggruppamenti. In quest'ultimo caso, il «campo largo» senza Azione sembra prevalere per un soffio sul centrodestra senza Vannacci.
C'è tuttavia un enorme «ma»: in quei sondaggi si dà un dato certo – la Meloni candidata di un polo – ma non si fornisce un altro dato che è indispensabile, cioè chi guiderà il «centrosinistra largo». La questione è importante, perchè, come si è visto alle comunali di Venezia, una parte dell'elettorato pentastellato, in presenza di un candidato non suo ma – poniamo – del Pd, defeziona e va verso l'astensione o (secondo un sondaggista che ne ha scritto giorni fa su un quotidiano) va in parte verso l'altro polo.
Insomma, primarie o non primarie, se la Schlein o un candidato centrista corrono per Palazzo Chigi, non è affatto scontato che una certa quota (un decimo, si stima) dei pentastellati voti per la coalizione (neanche per la lista del M5s, dunque). Se invece il candidato premier fosse Conte, è verosimile stimare un risultato del M5s migliore persino rispetto ai sondaggi attuali (successe anche alla Margherita di Rutelli, che beneficiò nel 2001 dell’«effetto leader della coalizione»).
Qui, però, sorgono altre possibili preoccupazioni, perché c'è un'area a destra del Pd e nel centrosinistra che possiamo stimare intorno al 5-7%, proprio al confine con Azione. Ci potrebbe essere un voto di rifiuto della leadership di Conte che sposterebbe almeno l’1-1,5% di voti verso Calenda, non passando al centrodestra ma indebolendo il centrosinistra.

Queste opzioni non vengono ancora rilevate, ma sono importanti, perchè nel «campo largo» non sono riusciti a far propria la lezione del centrodestra: prima vincere, poi eventualmente discutere, ma restando al governo. Non diciamo che dovrebbero essere i sondaggi a decidere chi candidare a Palazzo Chigi per il centrosinistra, ma certo una riflessione andrà fatta, perché Conte, Schlein ed eventualmente Salis non sono la stessa persona, ma sfumature più o meno marcate di una coalizione a dir poco plurale.
Quindi, se oggi il problema sembra quello di decidere se fare le primarie o meno, forse non si comprende che il vero punto è cercare di allargare le alleanze e scegliere la leadership più competitiva se non si vuole che il centrodestra rivinca e, nel 2029, conquisti anche il Quirinale.




