L’addio di Vannacci mette in crisi Salvini

L’uscita del generale rappresenta il fallimento dell’impostazione sovranista del leader della Lega, ora costretta a cambiare strada
Roberto Vannacci e Matteo Salvini insieme al Congresso federale della Lega - Foto Ansa/Claudio Giovannini © www.giornaledibrescia.it
Roberto Vannacci e Matteo Salvini insieme al Congresso federale della Lega - Foto Ansa/Claudio Giovannini © www.giornaledibrescia.it
AA

La scissione di Vannacci non è certo un fulmine a ciel sereno. È dall’entrata del generale nella Lega che ci si domandava quanto sarebbe durato il rapporto sia con Salvini, sia col Carroccio tradizionale nordista e moderato. C’è poi il fatto che Vannacci non sembra la persona adatta per fare il numero due a qualcuno.

L’intesa con Salvini è stata molto tattica ed è servita al generale per cercare di ottenere seggi per i suoi nei Consigli regionali, preparando il terreno per quello che oggi è «Futuro nazionale». I cinquecentomila voti di preferenza ottenuti alle europee hanno fatto credere al leader leghista di aver fatto un buon affare candidato il militare, anche perché corrispondevano al 2% dei voti: una percentuale senza la quale il Carroccio sarebbe crollato, finendo quasi alla pari con Avs.

Invece quel 2% è stata la rampa di lancio di Vannacci, che è arrivato per cooptazione alla vicesegreteria del partito nonostante avesse contro tutta la Lega tradizionale, quella che di sovranista e di estrema destra ha poco o nulla. L’esperienza fallimentare della Toscana e il crescente malumore del partito verso il generale ha spinto Salvini a ridimensionare un po’ il ruolo del suo ingombrante vice, tenendolo però nella Lega proprio per conservare la caratteristica di ala destra della maggioranza che il Carroccio ha assunto negli ultimi anni.

Per di più, ci sono le alleanze internazionali: se il capo leghista deve barcamenarsi in patria per evitare di votare contro i decreti pro Ucraina, il generale non ha bisogno di far mistero delle sue simpatie filorusse; se Salvini fa il duro ma deve guardarsi dalle retrovie di una Lega che amministra il territorio e che ha in Zaia e nei presidenti di Regione personalità moderate che non dimenticano l’ancoraggio storico del partito e non amano avventure neofasciste, Vannacci non ha problemi nel lanciarsi in battaglia, magari saldandosi con gli ultrà di destra europei mettendosi in concorrenza col leader del Carroccio.

Il problema non è la scissione parlamentare, che è praticamente inesistente, quanto il fatto che l’entrata prima e l’uscita poi di Vannacci rappresentano il fallimento dell’impostazione sovranista di Salvini, perché ora gli elettori di estrema destra hanno un rappresentante con posizioni nette e non mediate, mentre nel partito il segretario se la dovrà vedere con chi lo sconsigliava di dare troppo potere al fan della Decima Mas. La Lega sovranista e in contatto con i partiti estremisti di destra europei sarà costretta a cambiare strada, se l’interlocutore italiano di questi soggetti politici – AfD per prima – sarà un Vannacci «duro e puro». L’equilibrismo di Salvini ha permesso alla Lega di stare al governo con due partiti filoucraini, filoatlantici e filoeuropei pur dando l’idea di avere opinioni diverse (mai tradotte in voti parlamentari difformi dalla coalizione), ma oggi quelle idee sono fuori, diventano patrimonio di «Futuro nazionale».

C’è dunque il rischio che il corteggiamento di un certo elettorato – perseguito con costanza da Salvini – diventi un esercizio improduttivo e che la Lega debba tornare a sorreggersi solo su chi si richiama alle sue radici e governa il territorio. Pensando di utilizzare Vannacci per prendere più voti, oggi Salvini è in una tenaglia fra il suo partito e quello del generale. Per di più, è facile immaginare il disappunto della Meloni: nella coalizione Forza Italia poteva far finta di non conoscere Vannacci perché era solo un esponente della Lega, ma averlo come alleato e capo di un partito rende impossibile allargare la coalizione a «Futuro nazionale» (non parliamo poi di Calenda, che è molto corteggiato dalla maggioranza ma che non sopporta Salvini e detesta Vannacci).

In sintesi: la coalizione di destra che secondo i sondaggi di Mentana aveva il 3% in più del «campo largo» senza Azione può ritrovarsi a lottare alla pari, perdendo i consensi di «Futuro nazionale». La premier non può sopportare di correre rischi che fino a pochi mesi fa non erano prevedibili: si vota nel 2027, non fra cinque anni. In più, come si è sempre detto del Pci («nessun nemico a sinistra») così può dire oggi la maggioranza: nessun nemico a destra, perché c’è un elettorato di frontiera filorusso, antiatlantico e antieuropeista che può fuggire verso i vannacciani. Non dimentichiamo che la fortuna di FdI è stata di trovarsi all’opposizione di destra, da sola, mentre la Lega e gli altri formavano una grande coalizione. Non conviene a Salvini e Meloni avere un concorrente a destra, ma non lo si può neppure inserire nella coalizione elettorale del 2027. Un bel pasticcio, mentre intanto il generale sorride, il capitano è in crisi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...