Opinioni

Le bandiere che resistono e quelle strane aggregazioni nate nel dissenso

Capita siano i commiati da personaggi di rilievo pubblico, o amici che sono stati compagni di viaggio della vita, a far riflettere su cosa sia fare comunità condivisa tra persone che intendono accogliersi ed incontrarsi
I funerali di Franco Baresi a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I funerali di Franco Baresi a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Lamentiamo la caduta di bandiere identitarie, che rappresentino la riconoscibilità di gruppi spontanei od organizzati di manifesto spessore socioculturale. Accade in politica, dove partiti e movimenti sono alla ricerca di leve che consentano di andare oltre la frantumazione delle opinioni dei singoli giorni.

Accade nel mondo sindacale ed associativo, dove prevalgono le specifiche concorrenze dei singoli per affermare i rispettivi ruoli di dirigenti e strutture. Accade nelle comunità locali, dove le città non si riconoscono e si contestano, anche duramente e violentemente, tra le diverse componenti che le formano. Il risultato? Si punta ad aggregare nel dissenso, nello stare contro. Ma quanto reggono e che cosa producono simili intese al negativo?

Capita siano i commiati da personaggi di rilievo pubblico, od amici che sono stati compagni di viaggio della vita, a far riflettere su cosa sia fare comunità condivisa tra persone che intendono accogliersi ed incontrarsi. Nei giorni scorsi ci hanno lasciato il calciatore Franco Baresi e don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità Exodus, nata nel 1980 per il recupero di ragazzi tossicodipendenti. Vasta la commozione e la eco della loro attività.

Il popolo del calcio ha celebrato Franco Baresi, bresciano d’origine, come simbolo di una fedeltà identitaria che non viene mai meno, neppure quando gli eventi, che si susseguono in un ventennio, generano difficoltà e cadute fragorose. Non solo il suo Milan, che lo riconosce capitano per sempre, coglie l’occasione per ragionare su cosa sia cambiato nel fare squadra e riconoscersi suoi tifosi al di là delle singole vittorie. Quando i capitali e gli ingaggi non snaturano le identità. Anche le persone delle altre società calcistiche si sono trovate ad interrogarsi sul valore della appartenenza ad un progetto, che si fa passione ed impegno di testimonianza.

Don Antonio Mazzi, nato nel novembre 1929, è stato, per tutta la sua lunga vita, responsabile e fondatore di iniziative di assistenza e formazione per giovani sulla spinta della sua appartenenza alla Congrega Opera don Calabria. Divenuto un personaggio televisivo, ha utilizzato il suo carisma per diffondere il messaggio di farsi Poveri Servi della Divina Provvidenza.

Nei giorni scorsi ha concluso la sua giornata terrena un atipico personaggio politico bresciano: Mirko Lombardi. Ha voluto restare fedele fino alla fine alla sua matrice di vecchio comunista, per vocazione e convinzione, sotto le diverse latitudini.

Ci sarebbero altri nomi da ricordare – il giornale ne ha dato meritorio riscontro nelle scorse settimane –, a comporre il mosaico della fedeltà a ciò che si è chiamati a compiere, al servizio della credibilità personale e dell’impegno che si veicola come elemento costituente di una società condivisa.

Le bandiere dunque esistono ancora. L’importante è riconoscerle, omaggiarle, seguirle quando camminano in mezzo a noi e propongono una positiva assunzione di responsabilità. Non fare fasulla unità contro, piuttosto ricercarla per affermare un bene che si riconosce.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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