Il sistema per l’elezione dei sindaci nei comuni oltre i quindicimila abitanti ha trentadue anni (legge 81 del 1993) e ha assicurato costantemente maggioranze solide e primi cittadini eletti col suffragio della maggioranza assoluta (cioè, con più del 50% dei voti validi espressi al primo o al secondo turno) dotati di un’ampia legittimazione popolare. In queste ultime settimane, la maggioranza governativa di destra ha cercato di modificare il sistema elettorale, limitando moltissimo i casi di ballottaggio e proponendo l’elezione immediata del candidato classificato al primo posto con almeno il 40% dei voti.
Lo strumento che si voleva utilizzare per la riforma era un emendamento al «decreto elezioni» che sarebbe stato facilmente smontabile dalla Consulta. Dopo il tentativo andato a vuoto, si è ripiegato su un disegno di legge depositato in Senato. Il meccanismo che si vuole introdurre pone il problema dell’entità del premio di maggioranza, perché si assegna il 60% dei seggi in consiglio comunale col 40% dei voti, quindi con un sovrappiù che supera quel 15% considerato una soglia massima anche per le politiche da parte della Corte costituzionale. Si potrebbe attribuire un 15% dei seggi non superando però il 60% complessivo, al massimo.




