Salvini e il trumpismo contro l’asse Meloni-Tajani

Salvini non vuole mettere in crisi il governo, ma lo sta minando perché imploda da solo
Donald Trump e Matteo Salvini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump e Matteo Salvini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Tutto va bene nella maggioranza, secondo le dichiarazioni dei leader, ma ci sono indizi di pericolosi contrasti, primi fra i quali gli screzi fra Salvini e Tajani, senza contare le due o tre linee di politica estera faticosamente sintetizzate dalla Meloni in una formula andreottiana che più o meno diceva «meglio tirare a campare che tirare le cuoia».

Al centro del gioco, oggi, c’è Salvini, col congresso della Lega che lo incoronerà di nuovo (fra qualche mugugno) alla guida del partito. Alcuni pensano che l’attivismo del ministro dei Trasporti sia dovuto alla fase precongressuale, cioè che sia una sorta di campagna elettorale, di esibizione muscolare a vantaggio dei suoi. Non è così o, meglio, non è solo così.

La guerriglia di Salvini contro l’asse Tajani-Meloni proseguirà anche dopo, perché ormai il capo leghista ambisce ad essere il rappresentante ufficiale e indiscusso del trumpismo nostrano, mentre la premier non ha uno spazio di manovra così ampio, dovendo barcamenarsi fra gli Usa e l’Europa. Forse un esempio vale per spiegare molto: Salvini sostiene i dazi trumpiani e dice che faranno bene all’Italia (cosa non solo discutibile, ma ai limiti dell’assurdo) ma, come scrive Lina Palmerini sul «Sole-24 Ore», c’è allarme nella Lega «che pur avendo perso la presa del Nord a vantaggio di Fratelli d’Italia, ha i governatori (del Carroccio) schierati dalla parte delle imprese», ma «Salvini vuole assecondare Trump e rompere il fronte Ue».

In sintesi, Salvini sa di riuscire in qualche modo a sopire le proteste su questo tema che gli vengono anche da autorevoli esponenti del partito, ma sa anche che l’unica battaglia da giocare davvero è quella del potere. Se la Lega trumpiana mette in un angolo la Meloni e disarciona Tajani, i consensi – nelle intenzioni, almeno – possono crescere, magari fino ai livelli del 2019. Un «Papeete» senza crisi ma con un logoramento continuo può fruttare i voti dei trumpiani italiani e spingere la Meloni, un giorno, a dire al presidente americano un «no» (su un tema qualsiasi) che potrebbe risultarle fatale. Salvini non vuole mettere in crisi il governo, ma lo sta minando perché imploda da solo; meglio ancora se – invece di cadere – l’Esecutivo si avvitasse in una spirale nella quale l’unico a trarne giovamento fosse il capo leghista.

È vero: la Meloni ha l’arma più potente, quella di una crisi pilotata per arrivare a nuove elezioni senza la Lega in coalizione: del resto ha vinto col 42% circa, mentre oggi nei sondaggi FdI, FI e Noi moderati hanno il 40%; considerando che Conte e la Schlein impiegheranno secoli per accordarsi e che il «campo largo» non esiste, la leader di Fratelli d’Italia può uscire e rientrare a Palazzo Chigi con una maggioranza parlamentare un po’ limata ma sufficiente per andare avanti senza l’incomodo leghista. Pensieri strani potrebbe farli anche Forza Italia, che in un caso limite potrebbe unirsi a Pd e centristi (potenziale: circa 40%) in un «raggruppamento europeista» per contrapporsi a una coalizione FdI-Lega (nella quale Salvini avrebbe il pallino del gioco, perché i suoi voti sarebbero determinanti per mandare a Palazzo Chigi la Meloni).

Tornando alla realtà bruta dei fatti, nessuno vuole rompere (o, almeno, nessuno vuole assumersene la responsabilità), senza contare che stare al governo è l’unico scopo che tiene insieme i tre partiti della maggioranza. Ma ci sono troppi impacci: i deputati che passano dalla Lega a Forza Italia, il desiderio di tornare al Viminale (assecondato da inopportuni messaggi social di ambienti trumpiani), il rischio che il prossimo candidato governatore del Veneto sia un forzista o – più probabile – un esponente di Fratelli d’Italia (il che lascerebbe libero Zaia di picconare fino allo sfinimento la leadership salviniana). In realtà, Salvini è un uomo che viene da una serie impressionante di sconfitte elettorali e che fa fatica a tenere il partito. Per questo ha puntato su un solo numero alla roulette della politica: quello di Trump. Se gli va male, è finita.

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