Terzo mandato, la Corte Costituzionale pone fine ai «regni» regionali

La Consulta ha negato la possibilità a De Luca di ricandidarsi in Campania: un atto di civiltà giuridica e di rispetto della Costituzione
Vincenzo De Luca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Contrariamente a quanto affermato dal presidente della Campania, è vero che la legge - dopo la sentenza della Consulta sul «terzo mandato» - è uguale per tutti.

Infatti, la Corte costituzionale ha smontato il trucco introdotto con la legge regionale campana, che faceva applicare la legge 165 del 2004 sul massimo di due mandati per i «governatori» dal momento dell’entrata in vigore della normativa locale (in modo da dare a De Luca la possibilità di candidarsi per un terzo mandato). Il colpo ai «regni regionali» (De Luca avrebbe potuto, con un terzo mandato, arrivare a quindici anni alla guida della regione, mentre in Veneto Zaia sarebbe giunto addirittura a venti) è un atto di civiltà giuridica e di rispetto della Costituzione: sia perché aggira le furberie regionali, sia perché anche per i comuni si può governare «solo» per due volte di seguito.

La «ratio» dei due mandati è molto chiara: se nel primo mandato si è meritato, l’elettorato può dare una seconda opportunità all’amministratore locale, in modo che possa condurre in porto la propria attività già avviata.

Ma tre o quattro mandati - soprattutto se alla presidenza di regioni importanti - sono più lunghi di alcuni pontificati. Questa sentenza ha anche, ovviamente, risvolti politici più ampi. Libera il Pd dall’imbarazzo, perché la Schlein non voleva ricandidare De Luca; offre ai Cinquestelle la possibilità di proporre al «campo largo» (che è sempre pronto a costituirsi, quando ad essere candidato è uno del Movimento, mentre diversamente incontra difficoltà in altre regioni e in ambito nazionale) un candidato di Conte per la Campania (forse l’ex presidente della Camera Roberto Fico); mette nei guai la Lega, perché Salvini non può avere uno Zaia libero da impegni (col suo potere, in Veneto, il «Doge» può portare l’attacco al vertice del partito, o quantomeno logorare il leader del Carroccio) e perché non può perdere la regione (altrimenti le roccaforti nordiste - dove già i voti scarseggiano - finiscono per essere spazzate via dallo sbarco di governatori di FdI).

Così, Salvini già pensa a scambiare il ministero dell’Interno (che non avrebbe avuto comunque) con la presidenza del Veneto per uno dei suoi (che potrebbe ottenere solo per gentile concessione della Meloni, sempre che Tajani non voglia il posto per Flavio Tosi) o, almeno, a spostare (soluzione più probabile per questo garbuglio) le elezioni regionali dell’autunno 2025 alla primavera 2026, giusto il tempo di far aprire a Zaia le Olimpiadi invernali (Milano-Cortina) di febbraio.

Lo slittamento delle regionali al 2026 può servire alla maggioranza anche per avere il tempo di far approvare al Parlamento una norma che depotenzi i ballottaggi nei comuni (anche per questi ci sarà un rinvio elettorale al prossimo anno, salvo che per quelli col consiglio comunale sciolto) e permetta l’elezione col 40% dei voti al primo turno (cosa abbordabile per la destra, mentre di solito è il centrosinistra ad allargare i consensi al secondo turno: un po’ perché diviso, un po’ perchè la coalizione FdI-FI-Lega si presenta sempre unita da subito e non ha spazi di aggregazione successiva).

Una cosa è certa: né De Luca, né Zaia se ne andranno senza provocare qualche ripercussione politica di rilievo, a meno che non siano loro a scegliersi i successori fra i propri fedelissimi.

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