Che bravi quelli di Capo Verde, arcipelago a ovest del Senegal, poco più di 500mila abitanti in totale. Dopo due giornate, alla prima partecipazione ai Mondiali di calcio, la loro nazionale è ancora imbattuta: 0-0 con la Spagna, 2-2 con l’Uruguay, due formazioni già campioni del mondo. All’inizio del torneo, c’erano state molte discussioni sull’allargamento della competizione a 48 squadre. Dopo la vittoria della Germania su Curaçao (7-1), opinionisti, ex campioni come Fulvio Collovati, avevano fortemente criticato la nuova formula, sottolineando come sia inutile dare troppo spazio a continenti che non hanno tradizione futbolista.
I risultati.

I risultati di Capo Verde, ma anche quelli del vituperato Iran (2-2 con la Nuova Zelanda e 0-0 con il Belgio) e del Congo (1-1 con il Portogallo) hanno parzialmente riabilitato la scelta di aumentare il numero delle squadre partecipanti, dalle 16 degli anni Settanta, alle 32 delle ultime edizioni, fino alle 48 attuali.
La politica e gli interessi in ballo.
Ma attenzione, gol e parate c’entrano poco con questo afflato democratico. Sotto sotto ci sono sempre interessi di potere. Un po’ come quando George W. Bush si fece paladino dell’allargamento della Ue ad altri otto Paesi: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Ai quali fecero seguito Cipro, Malta, Bulgaria e Romania. Certo, il messaggio pubblico parlava di promuovere la democrazia e la stabilità globale, ma nelle stanze dell’amministrazione americana il timore era che l’Unione europea potesse colmare autonomamente il vuoto di sicurezza nell’Europa centrale, mettendo così in discussione la leva strategica americana nella regione. Con 27 Paesi e la regola di prendere ogni decisione strategica all’unanimità la paralisi era assicurata. Ne vediamo ancora oggi i risultati.
Torniamo al calcio
Gianni Infantino, il presidente della Fifa, l’organismo che governa il calcio mondiale, deve aver studiato alla scuola di Primo Nebiolo, potentissimo presidente della Iaaf, la federazione internazionale dell’atletica leggera, dal 1981 al 1999. Nebiolo, molto prima che se appropriassero i grillini, inventò lo slogan «uno vale uno» con il quale diede pari valore alle grandi Nazioni e ai piccoli arcipelaghi del Pacifico: tutti uguali, gli Usa e lo stato libero di Guam, isola delle Micronesia, Vanuatu e l’Unione Sovietica. Con il voto di ex colonie e principati, Nebiolo governò l’atletica per quasi vent’anni. Accontentandosi di viaggiare in limousine e di essere ospitato, quando dormiva in albergo, nelle suite reali.
Un assist a Trump.

Infantino ha fatto di più: dopo avergli conferito il premio Fifa per la Pace, ha portato in dote a Donald Trump una Coppa del Mondo con 48 Paesi. E pazienza se al conto manca metà del pianeta: ossia i tre miliardi, mal contati, che assommano insieme Cina, India e Pakistan, dove il pallone ha attecchito poco. Al presidente degli Usa è stata regalata un’audience globale. Infantino si è inventato una Fifa modello Onu, al punto da prendere parte al Board of Peace, quello al quale agli invitati era dato in regalo il cappellino «Maga». E tra America, Messico e Canada viaggia da un stadio e l’altro con un jet privato che fa sembrare le limousine di Nebiolo un giocattolino da oratorio.
Occasione d’oro.

Intanto le squadre partecipanti al Mondiale ringraziano: per molte di loro è l’occasione di veder vestire i colori della nazionale a giocatori che da tempo hanno abbandonato la loro patria per inseguire altrove le leggi del mercato: l’attaccante di Capo Verde, Gilson Benchimol, per dirne uno, gioca in Russia nella formazione dell’Akron Togliatti. Ma ci sono anche i senegalesi di Francia, i marocchini d’Italia (El Aynaoui), di Spagna. Quelli di Curaçao giocano in gran parte in Olanda. Tutti insieme appassionatamente, in un calcio che tra un hydration break e un altro ha inventato quattro tempi. Per riempire nuovi spazi di pubblicità. E noi che pensavano fosse solo una questione di gol.



