Opinioni

Alberto Pesce, un critico di provincia ma non certo provinciale

Così lo definiva il collega e amico Marco Bertoldi: il critico cinematografico che si è spento a 102 anni lasica in eredità la sua prosa elegante e le analisi profonde
Enrico Danesi
Alberto Pesce nel suo studio nel 2014 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Alberto Pesce nel suo studio nel 2014 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Prosa elegante, analisi argute, la capacità di andare oltre le prime impressioni e scavare in profondità, per restituire la complessità stratificata di un’opera cinematografica. Il decano dei critici cinematografici italiani, Alberto Pesce, spentosi nella notte a 102 anni, è stato per sette decadi una prestigiosa firma del Giornale di Brescia, autore di raffinate recensioni nelle quali si cimentava ancora pochi mesi fa, soprattutto in occasione delle riedizioni dei classici che più amava. D’altronde Alberto ha continuato a guardare film senza sosta, non più nelle sale (peraltro frequentate fino allo scorso autunno, insieme ai figli), ma in televisione o sullo schermo del computer, scendendo a compromessi con una vista che tendeva ad affaticarsi.

Non è un caso che si intitoli «Dalla provincia. Con amore» il memoir sagace e confidenziale che Pesce scrisse nel 2007 per l’editrice bresciana La Quadra, scrigno di aneddoti, notazioni, ricordi e giudizi di valore che gli era particolarmente caro. La definizione che di lui diede, con mirabile sintesi, il collega e amico Marco Bertoldi è infatti quella che Alberto Pesce ha apprezzato di più in assoluto: «Un critico di provincia, ma non certo provinciale». Riassumeva una condizione e, al contempo, ne superava i limiti. Già, perché scrivere di cinema in centri che non fossero Roma, Milano, Torino, Napoli o Bologna, significava – soprattutto in epoche in cui la visione era esclusiva del grande schermo – avere un accesso ridotto alle uscite; ma vuol anche dire, oggi come ieri, rimanere estranei a dinamiche di potere e relazioni viscose connesse a un universo caleidoscopico come quello cinematografico, che potrebbero condizionare la scrittura. Per cui, «muoversi in provincia ti permette – come ricordava Alberto medesimo – una libertà altrimenti impossibile, che puoi sfruttare al meglio, se i tuoi orizzonti sono aperti».

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I film consigliati dal critico Alberto Pesce

Gli orizzonti di Pesce non hanno mai conosciuto confini, perché lo animava una curiosità inesausta verso la scoperta, senza preclusioni di genere o di stile, temporali o geografiche, sebbene fosse nota la sua predilezione per il cinema d’autore, in particolare per quello dei maestri europei, accompagnato da significative escursioni nelle filmografie dei cineasti orientali (Kurosawa e Ichikawa, su tutti). Mi confidò un giorno: «Vedrei e rivedrei in continuazione i film di Dreyer, con “Ordet” in cima alla lista. E poi Bergman, Tarkovskij, e naturalmente Fellini, perché ogni volta che mi ritrovo davanti a “8 e 1/2” ne vengo colpito con immutata forza: il suo finale mi emoziona, mi commuove, mi stringe il cuore».

Dagli anni Novanta del secolo scorso, aveva poi seguito con grandissima attenzione la traiettoria dei fratelli Coen e di Gus Van Sant, oltre che di Kim Ki-duk, per citare tre nomi di non semplice inquadramento critico ai quali si affezionò più che ad altri.

La critica cinematografica è stata per Alberto Pesce una missione, più ancora che la professione nella scuola come insegnante e preside (termine, quest’ultimo, che preferiva al più anonimo «dirigente scolastico» che si impose più avanti), anche se talvolta i due percorsi sono confluiti in spazi condivisi: del «cumulo di professionalità cinedidattiche» (l’espressione è sua) fu filiazione diretta l’interesse verso il cinema per ragazzi, che cercò caparbiamente di promuovere e valorizzare, anche in qualità di membro della commissione ministeriale che designava i titoli dedicati. Sebbene l’esperienza critica abbia trovato modo di estrinsecarsi attraverso collaborazioni con riviste specializzate («Cineforum», «Bianco e Nero», «FilmCronache»), affiancata dall’attività pubblicistica svolta per «L’Educatore Italiano», «Scuola Italiana Moderna», «Madre», la sua dimensione ideale era un’altra: «È davvero altra cosa – ci raccontava, rammentando il lavoro negli anni Settanta e Ottanta – il servizio di critica su un giornale quotidiano, tra recensioni di prime visioni locali nella pagina degli spettacoli e riflessioni d’approfondimento nella cosiddetta Terza Pagina».

La constatazione non è invecchiata: esprime una leggera nostalgia per un tempo in cui il cinema era un rito collettivo da consumare in sala il giorno di festa, e la critica era ben definita nei suoi compiti, eppure Pesce non si è mai lasciato condizionare da un sentimento di retroguardia. Ha attraversato epoche in cui la recensione su un quotidiano poteva determinare l'esito commerciale di un film, e quelle (di segno opposto) caratterizzate dalla progressiva riduzione di gente in sala, dalla graduale diminuzione di spazi dedicati alla critica sugli organi di informazione, dalla iperspecializzazione di riviste e accademie; ad ogni modo senza mai prendere sul serio i frettolosi annunci della morte del cinema e del coma irreversibile della critica, adattandosi per contro a nuovi criteri e nuovi formati. Proprio in virtù di uno sguardo costantemente proiettato in avanti, pur attingendo consapevolmente dal passato, richiamava con certo trasporto una magnifica intuizione di Paul Valery: «Noi entriamo nell'avvenire a ritroso».

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I libri consigliati dal critico Alberto Pesce

Lo stile di Alberto Pesce si manifestava in una «prosa d’arte» mai banale, che rifuggiva i luoghi comuni ed era votata alla suggestione e alla folgorazione, ma anche alla ricerca di un equilibrio tra valutazione soggettiva ed elementi oggettivi. Ogni analisi era sempre ben documentata, anche in epoche di archivi solo cartacei, potendo contare su una memoria prodigiosa, che si è conservata intatta in tarda età. E non dimenticava mai, Alberto, che il cinema è in fondo uno sguardo, in cui gioca un ruolo decisivo, non trascurabile né opinabile, l’emozione personale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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