Piove, piove e ancora piove. Evidentemente viviamo in una lunga stagione delle piogge. Sia detto senza intento polemico, che ormai a parlare di tempo si rischia di sfasciare le famiglie, guai a fare pacata nostalgica ironia sull’anticiclone delle Azzorre, perché nel parentado ci sarà sicuramente un giovane che ti rinfaccia che la colpa della scomparsa delle estati miti così tipicamente mediterranee è dei boomer, del consumismo sfrenato degli anni Ottanta, e quindi è anche colpa tua.
E hai voglia a dirgli che manco sai chi sono i boomer, perché questo (ti replica quello soddisfatto) dimostra non solo che sei un anziano (che ci starebbe, per carità), ma un anziano fuori dal mondo. E allora sì che ti innervosisci, tipico dei boomer rireplica quello ancora più soddisfatto. Non c’è speranza, un po’ come spiegare il romanticismo della nebbia a chi ti parla esclusivamente di sole e mare: non c’è dialogo.
A me poi che piova in continuazione non è che interessi più di tanto, devo essere sincero. Anche la pioggia mi affascina. Mi preoccupa la mia ortaglia, infreddolita e sopraffatta dalle precipitazioni eccessivamente copiose.
Le zucchine di iniziare un rigoglioso percorso produttivo non ne vogliono sapere, i pomodori appaiono intimiditi con i fiori che ingialliscono e poi cascano tristemente a terra. Inutile la cura con cui ho preparato il terreno, l’abbondante e ricca concimazione è un pasto luculliano che attende vanamente di essere gustato dalle mie verdure.
L’unico spiraglio di ottimismo arriva dal cicorione pan di zucchero, lui cresce e si fortifica. Come un boomer qualsiasi, di moda perché mai di moda.




