Nei lontani, e mitici, anni Ottanta il vialetto di casa era bordato da fantastiche rose. Ce n’erano a decine, di ogni varietà. Fin da quando frequentavo le elementari, io avevo il compito di togliere i fiori secchi per lasciare spazio a quelli nuovi. Mettevo i guanti da giardiniere, un cestino di vimini appeso a un braccio e con le cesoie alla mano procedevo senza tentennamenti. Ricordo ancora la meraviglia di quelle ceste piene di petali. Inebrianti nel profumo e nei colori.

Già, i colori. Se chiudo gli occhi e ripenso ai miei primi cinque decenni di vita (potevo anche scrivere mezzo secolo, ma ammetto che mi faceva impressione) li vedo straordinariamente colorati: ma non solo esteriormente, anche nell’anima. Se riapro gli occhi, e mi guardo attorno, vedo solo bianco, nero, grigio. Qua e là un po’ di beige, e una spruzzata di tortora se proprio si vuole osare.
Tutto qui? Purtroppo sì. La piaga del minimal ci è entrata nel dna. Prima ci hanno raccontato che era più elegante, e noi (snob come siamo, o vorremmo essere) siamo caduti nella trappola. Il colore è così diventato una presunta pacchianeria da evitare. E poco alla volta il grigiore di questi tempi lo è diventato da tutti i punti di vista. Per evitare di crollare nello sconforto ho aperto il mio armadio, con le lacrime agli occhi ho avvicinato il viso ai miei pantaloni rossi in velluto. E quel cardigan verde bottiglia in cachemire? Che emozione. In un mondo che ci vuole tutti uguali, noi coltiviamo (anche senza zappa) la nostra originalità.




