Per gli amanti delle case vissute, personali ed eccentriche è arrivato il momento della rivincita. E possiamo dire che quel momento è arrivato anche per il bagno della nonna. Sì, proprio lui, per decenni il primo indiziato quando si trattava di ristrutturare. Si comprava una casa, magari anni Sessanta o Settanta, si apriva una porta e lì c'era lui: maestoso, con la sua piastrella rosa confetto, la vasca coordinata, il lavabo a colonna e i sanitari bombati di un altro decennio, rigorosamente en pendant. La reazione era scontata: buttare giù tutto, il prima possibile, per fare spazio a qualcosa di più simile a un catalogo. Oggi, invece, quella stessa piastrella rosa è diventata il pezzo che tutti vogliono salvare.
Dopo decenni di case neutre, austere e forse un po' silenziose – perfetta espressione dell'idea di abitare di molti millennial, diventati adulti tra un'economia zoppicante, brevi soste negli Airbnb e i feed di Instagram – finalmente i divani rigorosamente tortora e le pareti spoglie fanno spazio a un'idea di casa più personale. Al posto del minimalismo grigio che ha imperato negli ultimi anni, via libera al colore, ai materiali diversi, agli oggetti raccolti nel tempo, ai quadri e ai poster, alle stramberie, ai mobili vintage e ai dettagli che raccontano una storia. Con spazio anche per lui, il famigerato bagno rosa (o verde, o crema) della nonna.
«Sta davvero cambiando il gusto, anche se non diremmo che il minimalismo sia finito», osservano gli architetti Guido Vismara e Marta Ferretti, fondatori di ProgettoDogMa, studio bresciano attivo dal 2012 con sede in Corso Cavour. «Sta cambiando soprattutto l'idea di cosa renda una casa bella: meno perfezione neutra, più calore, stratificazione e identità. Per anni l'interno ideale era quasi “igienico”: pareti bianche, superfici lisce, pochi oggetti, divani grigi, cucine senza maniglie, tutto molto controllato. Era un'estetica legata a ordine, lusso silenzioso, fotografia immobiliare, Instagram, Airbnb, showroom. Funzionava benissimo in foto: pulita, luminosa, aspirazionale. Ora però molte persone sembrano stanche di case che sembrano non abitate da nessuno».
Questo non significa che stia tornando semplicemente il gusto per l'accumulo. Piuttosto, è il desiderio di ambienti che si possano dire veramente personali. Gli ingredienti? Carta da parati, cornici, tessuti, pattern, ceramiche, quadri, lampade particolari, ma anche legno, pietra, intonaci ruvidi, metalli bruniti. E poi libri, oggetti raccolti nel tempo, pezzi vintage, piccole imperfezioni. Non necessariamente una casa piena, ma sicuramente una casa meno uniforme e uniformata.
Le ragioni
Ma perché sta cambiando il gusto? Secondo gli esperti di ProgettoDogMa, questo cambiamento nasce da più fattori. Il primo è la saturazione visiva: dopo anni di bianco, beige, nero, legno chiaro, marmo e faretti, il minimalismo commerciale ha perso parte della sua forza. «Quello che prima sembrava sofisticato oggi può apparire impersonale».

Il secondo riguarda il modo in cui viviamo gli spazi: quando la casa diventa più centrale nella quotidianità, non basta che sia ordinata. Deve essere anche confortevole, emotiva, riconoscibile. C'è poi la crescita del mercato del vintage, del second hand e dello spaiato, che porta naturalmente a interni meno omogenei e più stratificati. Anche la sostenibilità spinge in questa direzione: tenere, riparare, recuperare, mescolare, invece di rifare tutto da zero. «Dopo anni di estetica da feed – sottolineano gli architetti – molte persone cercano qualcosa che sembri meno progettato per piacere agli altri e più aderente alla propria vita».
Il minimalismo, comunque, non sparisce del tutto. Ha lasciato un'eredità che nessuno vuole buttare: «pulizia delle linee, attenzione alla luce, funzionalità, meno accumulo inutile». La direzione più interessante, oggi, sta forse nel mezzo: «case ordinate ma non sterili, semplici ma non vuote, curate ma non fredde». Un «minimalismo caldo», una «quiet decoration», un «vissuto elegante» o, più semplicemente, come sottolineato da chi se ne intende, anche solo buon senso.

Perché, dicono da ProgettoDogMa, «una casa davvero riuscita non dovrebbe sembrare una pagina di catalogo. Dovrebbe avere coerenza, sì, ma anche tracce di chi la abita». È qui che torna il tema della personalità, non come eccentricità a tutti i costi (che poi, magari, stufa), ma come capacità di riconoscere in una casa «scelte, memoria, gusti, abitudini», invece di un interno costruito solo per aderire a una tendenza. E quella personalità nasce quasi sempre dalla somma di più elementi, non da un pezzo forte isolato.
Come ricreare lo stile
Il colore, per esempio, non deve per forza essere acceso: «Anche una palette fatta di verde salvia, crema, ruggine, blu polvere o marrone può dare carattere. La differenza la fa l'uso consapevole: una parete colorata, un soffitto trattato, una boiserie, una porta laccata, oppure tessuti e tappeti che costruiscono atmosfera. Il bianco resta utile, ma non deve essere l'unica risposta possibile».
Poi ci sono i materiali: legno, pietra, ferro, ottone, lino, lana, ceramica, vetro. «I materiali danno profondità perché reagiscono alla luce e invecchiano in modo diverso. Una casa troppo “nuova” rischia di sembrare piatta. Inserire materiali naturali o vissuti crea subito una sensazione più autentica. Anche l'imperfezione, se ben governata, rende l'ambiente più interessante».
Conta molto anche il mix tra epoche. «Una casa personale raramente è arredata tutta nello stesso stile», sottolineano gli architetti. «Funziona molto meglio quando mescola pezzi contemporanei, vintage, artigianali, ereditati o trovati»: un tavolo anni Sessanta con sedie nuove, una lampada scultorea in una stanza classica, un mobile di famiglia accanto a un divano essenziale. Sono questi contrasti, se governati, a dare ritmo. «L'importante è che ci sia un filo conduttore, per esempio nei colori, nelle proporzioni o nei materiali».
Gli accessori
Arte, libri e oggetti fanno il resto: «Sono loro a far capire chi abita la casa». Ma il punto non è accumulare: meglio pochi elementi scelti bene che una quantità indistinta di decorazione, perché una casa con personalità «non è una casa caotica: è una casa che racconta qualcosa». Infine, la luce, spesso decisiva: «Una sola plafoniera centrale spesso appiattisce tutto; più punti luce, invece, rendono lo spazio più intimo e articolato». E i tessuti – lino con velluto, lana con cotone grezzo, tappeti antichi con arredi moderni – ad assorbire «quella freddezza tipica di molti interni troppo minimalisti».

E la piastrella della nonna? «Questi elementi oggi sono molto più apprezzati perché portano con sé una qualità che spesso manca nelle ristrutturazioni contemporanee: identità storica. Un bagno rosa anni '50, una graniglia ben conservata o una cementina originale raccontano subito l'epoca della casa. La chiave è smettere di considerarli “vecchi” e iniziare a leggerli come elementi architettonici da integrare. Il bagno rosa o verde può diventare bellissimo se lo si tratta con rispetto, evitando di combatterlo. Il rischio principale è inserire sanitari, rubinetterie o mobili troppo “standard contemporanei”, che fanno sembrare il bagno né antico né moderno. Meglio scegliere pezzi semplici ma coerenti, oppure giocare apertamente sul contrasto» concludono gli architetti. E hanno perfettamente ragione.



