La giraffa e lo sciacallo

Se anche la parola «madre» può divenire elemento divisivo

In alcuni Regni, per esempio quello «Unito», per essere inclusivi si stanno evitando accuratamente parole che ricordano la maternità biologica
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Una madre con il figlio
Una madre con il figlio

L’eclissi solare (forse la diecimiliardesima, ci ricorda Wikipedia) ci obbliga a guardare in alto, ad un fenomeno spettacolare, che pure, tra qualche centinaio di milioni di anni, dicono, cesserà di esistere: la Luna si troverà a una distanza tale dalla Terra che le sue dimensioni apparenti non basteranno più a coprire l'intero disco del Sole.

A voler ben guardare anche in basso (Trismegisto docet) tante sono le cose, le figure e le parole che si cercano di oscurare. Il 10 agosto la governatrice del Massachusetts, Maura Healey, ha firmato l’Act Prioritizing Patient Access to Care, una legge che elimina il precedente limite delle 24 settimane per l’interruzione di gravidanza, delegando al giudizio professionale del medico la possibilità di intervenire fino al momento del parto.

Non è questo il luogo per assumere posizioni delicate al cospetto di gravidanze drammatiche. Due cose mi hanno colpito: gli scroscianti e festosi applausi delle donne presenti (trattandosi pur sempre di scelte terribili e della morte, violenta, di esseri vitali) e la totale assenza di coinvolgimento giuridico, ex ante, del «padre» in relazione a decisioni inerenti la propria discendenza. Un’«evaporazione del padre» (per dirla alla Recalcati) che dal simbolico entra a passo fermo nella grammatica delle istituzioni.

Padre, Madre: la nostra eredità biologica. Mi lascio trasportare dall’algoritmo dei motori di ricerca, come i pendolari svizzeri in estate, sui fiumi, abbracciati alle loro Wickelfisch, e scopro cose stupefacenti: che in alcuni Regni, per esempio quello «Unito», per essere inclusivi si stanno evitando accuratamente parole che ricordano la maternità biologica.

Le donne diventano: «mestruatori» o «persone con la cervice». Invece di mamma si deve dire «genitore che partorisce». L’allattamento al seno diventa «allattamento al petto» e il latte materno diventa «latte umano» (per non escludere dal gergo la lattazione farmacologica con domperidone dei soggetti maschili).

Il corpo, la biologia: i dati più concreti che possediamo, pare siano, improvvisamente, diventati un campo minato da parole usate come armi biologiche. La resistenza la conduce, per ora e pur sempre, la natura, accompagnata dall’etimologia. Siamo mammiferi (animali con mammelle per nutrire i piccoli). «Non è la posizione eretta e neanche il pollice opponibile ma l’ombelico, segno tangibile della relazione che lega il feto alla madre», ci ricorda Maria Luisa Boccia.

«Madre», dal latino mater e dalla radice indoeuropea «méh2ter», una delle parole più antiche della nostra specie, costruita attorno al primo suono che il bambino produce prima ancora di conoscere il linguaggio (perché ancor prima di sapere cos'è il mondo, sappiamo bene chi chiamare). La vogliamo dunque far diventare una parola invisa e divisiva?

Laddove però, come fermamente dimostrato dalle applaudenti donne del Massachusetts, la madre e solo lei decide, fino alla fine, se chi porta in grembo può venire al mondo o no. Ieri la Luna ha oscurato per qualche minuto il sole senza scalfirlo. Noi dovremmo cominciare invece a chiederci chi, e con quale scopo, stiamo cercando di lasciare al buio.

Perché quando modificano le leggi o riscrivono il vocabolario, non stanno solo cambiando il modo in cui parliamo, ma il modo in cui possiamo pensare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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