La bellezza nel quotidiano

Quanto siamo condizionati dal nostro essere condizionatori umani?

Il funzionamento dei condizionatori è la metafora di come spesso gestiamo le nostre problematiche interiori
Bianca Brotto

Bianca Brotto

Commentatrice

Lo scarico di un condizionatore d'aria
Lo scarico di un condizionatore d'aria

In queste giornate in cui l’estate picchia duro sull’asfalto cittadino, tendiamo a chiuderci nei gusci domestici alla sudata ricerca di un po’ di tregua. Accendiamo il condizionatore, sentiamo quel refolo gelido sulla pelle e tiriamo un sospiro di sollievo, convinti di aver sconfitto il nemico. Eppure quel macchinario aggrappato al balcone non distrugge il calore, lo sposta.

Estrarre l’energia termica da dentro per espellerla fuori, sommandovi il calore del compressore, è la metafora di come spesso gestiamo le nostre problematiche interiori: purifichiamo la nostra stanza privata a discapito della strada comune, scaricando la spazzatura emotiva su chi ci è vicino. Il risultato? Il viale sotto casa sarà più torrido ad ogni ciclo di refrigerazione, e i nostri familiari sempre più surriscaldati dalle nostre zone d’ombra.

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Quando poi cala la notte, con i motori esterni che sputano aria infuocata sul mondo, la temperatura urbana sale a dismisura. Questa è la notte dell’anima: il momento in cui l’inconscio rilascia, sotto forma di incubi o insonnia, il calore tossico che ha accumulato durante il giorno. Un albero, invece, funziona all’opposto.

Ed è qui che risiede la maestria della natura e l’inizio della nostra guarigione. Attraverso l’evapotraspirazione, infatti, una pianta converte l’energia solare in vapore acqueo senza generare calore residuo. L’acqua, per evaporare, sottrae calore all’aria circostante e, con un atto di assoluta generosità, la rinfresca. Un grande albero adulto può traspirare fino a quattrocento litri d’acqua al giorno, un effetto prodigioso, paragonabile a diversi climatizzatori accesi, ma orientato verso l’esterno, a beneficio del quartiere, e non confinato nell’egoismo di un singolo appartamento.

L’albero non è un condizionatore, ma un trasformatore; non sposta il disagio, lo assorbe e lo elabora, offrendo sollievo a tutti. Gratuitamente. Accogliere questa logica significa smettere di blindare i nostri confini facendo la guerra fredda al vicino per le foglie cadute sul terrazzo, e iniziare a imitare la generosità delle fronde. La vera maturità, ecologica e personale, quindi, la si raggiunge quando si comprende che siamo interconnessi e chiamati a creare un ambiente armonioso per tutti.

A questo proposito è curioso come il termine «air conditioning», coniato nel 1906 dall’ingegnere americano Stuart W. Cramer e riferito al mettere il cotone nella migliore «condizione» per essere lavorato, assunse in Italia a metà del Novecento il significato attuale di «condizionatore», una parola che non definisce «l’oggetto che fa freddo», ma proprio «ciò che porta l’ambiente allo stato ideale».

Mi chiedo: desideriamo questa «condizione» ottimale per tutti o preferiamo restare «condizionatori» umani che rinfrescano il loro piccolo ego e surriscaldano le relazioni in un ciclo infinito di aria familiare pesante e città roventi? Si percepisce subito chi sceglie la transizione verso un clima vitale perché, imitando gli alberi, impara a «condizionare» i propri irrisolti, smette di espellere tossine bollenti e le trasmuta in una verde e benefica carezza diventando così frescura condivisa, refrigerante guarigione. Incondizionato inizio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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