In matematica si dice che «l’esponenziale vince su tutto». Lo ricorda oggi Paolo Giordano, scrittore e fisico, dalle colonne del Corriere della Sera. E «esponenziale» è, senza dubbio, la parola chiave che descrive l’andamento di questa seconda ondata di contagi da coronavirus, che a partire dallo scorso 4 ottobre ha registrato un’impennata di nuove infezioni rilevate, che hanno ormai sfondato la soglia psicologica, semmai fosse servita, dei 10 mila casi giornalieri. Non si tratta di allarmismo: fare il punto della situazione - soprattutto alla luce dell’esperienza che è stata la prima ondata della pandemia in Italia - potrebbe essere utile.
L'aspetto su cui vale la pena soffermarsi è la pressione crescente sulle terapie intensive a livello nazionale. Sebbene i numeri non siano per il momento disastrosi, la situazione è già preccupante. A Brescia, ad esempio, il direttore delle Malattie infettive al Civile Francesco Castelli ha dichiarato: «Nel nostro ospedale la maggior parte dei ricoverati (in totale 11 ad oggi) in rianimazione proviene dall’area milanese e il periodo di degenza è in media più breve. Siamo terrorizzati solo all’idea di ricominciare». Dal Sacco di Milano, il primario Pierachille Santus ha dichiarato a La Stampa che «appena il reparto di Pneumologia è stato dedicato al Covid, si è riempito in un solo giorno» e dal Cotugno di Napoli confermano «siamo sotto pressione e la crescita dei contagi è esponenziale». Il professor Nicola Petrosillo dello Spallanzani di Roma, ponendo l’accento sul fatto che le infezioni ora sono soprattutto in famiglia, rimarca: «Viviamo una situazione di allarme».
Nelle ultime due settimane il numero dei ricoverati in rianimazione è raddoppiato e, essendo appunto l’aumento esponenziale, non è così assurdo pensare che a fine mese «ci ritroveremo con 1.500 pazienti in t.i. e altri 12 mila malati Covid negli altri reparti», sottolinea Enrico Bucci, professore di Biologia alla Temple University di Philadelphia, che già a agosto aveva previsto questo aumento.
Secondo Quotidiano Sanità, al 13 ottobre i posti letto negli ospedali italiani erano in totale 6.458 (983 in Lombardia): 1.250 in più rispetto al pre-Covid ma molti meno di quelli che il governo aveva progettato di allestire per fronteggiare una seconda ondata (3.500 in tutto). Come mai? Le responsabilità non appaiono chiare, ma pare che il ritardo nei lavori sia riconducibile a un impantanamento burocratico: le regioni hanno presentato i loro piani entro la scadenza, fissata a luglio, ma il bando nazionale per le gare d’appalto è stato pubblicato solo a inizio ottobre, per scadere dopo circa 10 giorni. Il risultato è che solo 9 regioni hanno ottenuto l’autorizzazione a iniziare i lavori. Al momento, solo Veneto, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia hanno centrato l’obiettivo dei 14 letti ogni 100 mila abitanti (soglia stabilita dal governo nel Decreto Rilancio), mentre la Lombardia è a quota 9,8.
Il commissario straordinario per la gestione dell’emergenza Domenico Arcuri, dal canto suo, ha rimarcato che sono stati assegnati più di tremila nuovi ventilatori polmonari, indispensabili nei reparti per i malati più gravi, ma ben 1.600 non sono stati ancora posizionati. Un’altra falla che non è stata colmata, poi, riguarda gli operatori sanitari, che sono insufficienti a fronteggiare lo sforzo che una seconda ondata richiederebbe.




