Una nuova sfida attende le imprese nel 2026. Siamo nella fase chiave di attuazione del Passaporto digitale di prodotto-Digital product passport (Dpp) e, se non è ancora l’anno di un’applicazione generalizzata, è giunta l’ora di prepararsi. Con il Regolamento 2024/1781, noto come Ecodesign for sustainable products regulation (Espr), l’Ue ha definito infatti il quadro normativo per introdurre progressivamente nuovi requisiti di sostenibilità, tracciabilità e trasparenza dei prodotti.
Cos’è
Ma che cos’è di preciso il nuovo «documento di identità» dei beni materiali commerciabili? È un insieme strutturato di informazioni riferite a un prodotto, accessibile tramite un data carrier, come ad esempio un Qr code o una soluzione equivalente. Le informazioni contenute potranno riguardare, in base al settore, composizione, materiali, tracciabilità della filiera, uso, manutenzione, riparabilità, sostenibilità, riciclabilità e fine vita.
L’esperta
Per le aziende il tema è quanto mai attuale. Si tratta di cominciare a strutturare dati, processi e sistemi in modo coerente con le future richieste normative e con le nuove aspettative di filiera. Fra i servizi che il Csmt-Innovation hub di Brescia offre, vi è anche il supporto alle imprese nel percorso per ottenere il passaporto digitale.
«È un processo abbastanza lungo – spiega Laura Treccani, head of Innovative materials & sustainability-Technology transfer engineering di Csmt –poiché concerne un cambiamento del mindset dell’azienda. Occorre organizzare le informazioni, a volte esistenti a volte no, in un determinato modo e noi accompagniamo le imprese nello sviluppo del passaporto digitale e per renderle sempre più autonome nella gestione di tale iter. Quel che deve essere chiaro è che non va visto come l’ennesimo obbligo normativo, ma come un sistema volto a rendere i prodotti più sostenibili, a migliorare la trasparenza lungo le filiere e ad abilitare nuovi modelli di economia circolare».
I settori
Quanto alle merceologie interessate, il ventaglio è davvero ampio e spazia dalle batterie (prima scadenza già fissata al 18 febbraio 2027) al tessile e moda, dai pneumatici ai mobili e ai materassi, fino a elettronica, edilizia e altri prodotti ad altro impatto. Il Dpp apporterà alle realtà che lo adotteranno anche vantaggi competitivi: «Il fatto di documentare in modo affidabile e credibile le prestazioni dei propri prodotti e dei propri processi significa per le aziende – prosegue Treccani –, avere un asset per differenziare i propri prodotti o i propri servizi nei confronti dei clienti, che sono sempre più attenti ai requisiti Esg nelle catene di fornitura.
Inoltre va menzionata la possibilità di accedere ai mercati europei e a gare pubbliche, dove il passaporto digitale diventerà una specie di criterio soglia. Un altro aspetto è la maggiore efficienza nella mappatura della filiera, il che vuol dire entrare in contatto ed estendere rapporti abbastanza stretti con i propri fornitori: ciò genera valore perché migliora la conoscenza della propria supply chain ed è importante per la rendicontazione di sostenibilità».
Non solo: il Dpp può agevolare l’accesso a incentivi fiscali e a strumenti di finanza agevolata. E, da non sottovalutare, il beneficio reputazionale e lo «scudo» contro eventuali sanzioni per il greenwashing.




