Una delle più grandi illusioni del digitale è stata farci credere che lo spazio non contasse più. Che bastassero una connessione stabile e una piattaforma ben disegnata per sostituire tutto il resto: uffici, piazze, aule, fabbriche, negozi, fiere. Per qualche anno abbiamo pensato che il futuro fosse una progressiva smaterializzazione della vita, vuoi anche non voluti accadimenti come la pandemia. Poi ci siamo accorti che senza luoghi non sparivano solo i metri quadrati. Spariva anche la fiducia.
Certo, lo smart working, le riunioni online, l’e-commerce e i servizi digitali hanno reso più efficiente una quota enorme delle nostre giornate. Un progresso notevole testimoniato anche da Eurostat: nel 2024 il 52,9% delle imprese europee con almeno 10 addetti ha tenuto riunioni online. In Italia invece l’Istat ha rilevato che il 76,9% delle aziende sopra i 10 dipendenti consente l’accesso da remoto a posta, documenti o software aziendali.
La distanza è perciò entrata nei processi produttivi ed è destinata a restarci. Ma proprio questa normalità spinge a una domanda: se tutto può accadere ovunque perché dovremmo ancora andare da qualche parte? Forse perché i luoghi non sono solamente dei contenitori ma servono a produrre senso. Un ufficio non è unicamente un insieme di scrivanie, così come una scuola non è solo un edificio dove si trasferiscono nozioni e un centro storico non è una sequenza di negozi. I luoghi sono incontro, rendono visibili le comunità, trasformano presenze individuali in appartenenza collettiva. Ed è proprio qui che il digitale mostra uno dei suoi paradossi.
Più aumenta la possibilità di fare a meno dei luoghi più cresce il bisogno di luoghi che valgano davvero. Posti che non sono più gli stessi del passato e che non devono essere rimpianti. Che siano zone, aree, località – chiamiamole come preferiamo – nel futuro serviranno queste infrastrutture della fiducia, luoghi che forse meritano il nostro ritorno.





