Egli Stati Uniti sono persino diventati dei club, dove gli aderenti, soprattutto giovani, spengono gli smartphone e si «riconnettono» alla vita fisica. Faccia a faccia. Stiamo parlando dei novelli luddisti, persone che in tutto il mondo stanno rigettando la pervasività della tecnologia, per motivi che sono ideologici, morali ma anche squisitamente pratici.
Facciamo un passo indietro. Dalle reminiscenze scolastiche riemerge la nozione di luddismo, movimento operaio di massa (il nome deriva da un leggendario Nedd Ludd) che nell’Inghilterra di inizio ’800 portò al sabotaggio della produzione industriale, come risposta al rischio di sostituzione del lavoro manuale – e domestico – con macchine come il telaio meccanico. E ora siamo di fronte a uno dei grandi ricorsi della storia.
Con la strapotenza tecnologica, dall’automazione spinta fino all’intelligenza artificiale, il timore di una «perdita» è di nuovo un sentimento diffuso. Rispetto al passato però ciò che le persone sentono sfuggire al loro controllo non è solamente il lavoro ma anche un più generale, ma contemporaneamente intimo, senso di protagonismo nella realtà. La spersonalizzazione, in un mondo dove l’individualismo trionfa anche grazie ai social, è il grande nemico del nostro tempo. Ecco perché dai club newyorkesi ai corsi di digital detox, il rifiuto del digitale è sperimentato come forma di resistenza.
Tutto bello, e condivisibile da molti punti di vista, ma resta sempre un problema. Estraniarsi dal mondo è il vero mondo per riuscire a migliorarlo? Forse il punto non è spegnere le macchine, ma evitare che siano loro, silenziosamente, a spegnere noi. Perché il rischio non è la tecnologia in sé, ma la rinuncia a governarla. Disconnettersi può essere un gesto di consapevolezza, persino di resistenza; ma se diventa fuga, rischia di trasformarsi in un’altra illusione.





