Economia

A Brescia ci sono più lavoratori, ma il loro salario ha perso valore

In cinque anni hanno trovato impiego 34.139 addetti, le buste paga si sono però svalutate del 3,44%. La mappa interattiva con i dati di tutti i comuni in provincia
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I dipendenti perdono potere d'acquisto
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In cinque anni la forza lavoro di Brescia ha guadagnato 34.139 addetti, ma nello stesso arco temporale le buste paga si sono svalutate del 3,44% nella nostra provincia, passando da un valore medio mensile di 1.505 a 1.455 euro, al netto d’imposta. Il confronto emerge dalle dichiarazioni dei redditi raccolte dal Dipartimento delle Finanze.

In cinque anni

Prima dello scoppio della pandemia da Covid-19, nel 2019, i Comuni bresciani contavano 516.352 lavoratori dipendenti con un reddito lordo annuo in media pari a 22.340,62 euro. Somma a cui va sottratta l’Irpef (allora l’aliquota era al 23% fino a 15mila euro, al 27% da 15.001 a 28mila euro e al 38% da 28.001 a 55mila euro), ottenendo un «netto in busta» da 16.908,65 euro l’anno e quindi da 1.300,66 euro mensili (compresa la tredicesima).

A distanza di cinque anni, nel 2023, il Ministero dell’Economia ha registrato una crescita dell’occupazione anche nel nostro territorio: i contribuenti bresciani con un reddito da lavoratore dipendente sono diventati 550.491 (34.139 in più rispetto al 2019) e nel loro Modello 730 hanno dichiarato 24.825,5 euro lordi, equivalenti a 18.919,12 euro netti annui, vale a dire 1.455,32 euro netti al mese (per correttezza va segnalata una variazione delle aliquote per il calcolo dell’Irpef: rimane al 23% fino a 15mila euro, ma scende al 25% da 15.001 a 28mila euro e balza al 35% da 28.001 a 50mila euro).

Il coefficiente

Tuttavia, fin qui la nostra tesi iniziale non trova corrispondenza: per una corretta valutazione dei salari in due periodi diversi, in effetti, va fatto ancora un passaggio, una sorta di «adeguamento» dei valori per renderli comparabili. Per questo motivo va applicato il coefficiente di rivalutazione monetaria stabilito dall’Istat per quel lasso temporale (1,157) al «netto in busta paga» del 2019, riscontrando che lo stipendio mensile «aggiornato» al 2023 equivale in media a 1.504,86 euro, il 3,44% in più rispetto a cinque anni dopo. Ora tutto torna, ma ovviamente non nelle tasche dei bresciani.

Lo scenario

Una busta paga - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una busta paga - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Solo in 33 municipi su 205 nel Bresciano (il 16%), si rileva una tenuta dei salari. In termini assoluti, invece, lo squilibrio maggiore si riscontra nei comuni di Magasa e Lozio, dove il salario netto mensile rivalutato del 2019 è superiore rispettivamente di 281,82 e 259,08 euro netti mensili. Lo «scarto» si riduce tra i 100 e i 145 euro in altre diciannove amministrazioni (Pertica Bassa, Lavenone, Polaveno, Sonico, Niardo, Marone, Collebeato, Provaglio d’Iseo, Lumezzane, Paitone, Valvestino, Quinzano, Agnosine, Bovegno, Treviso Bresciano, Malegno, Nave, Vestone e Cellatica) e tra i 100 e 50 euro in altri 74 enti locali.

L’inflazione

Due lavoratori all'opera - © www.giornaledibrescia.it
Due lavoratori all'opera - © www.giornaledibrescia.it

Leggere questi numeri nell’estate del caro spesa e del caro vacanze, senza dimenticare il caro energia e l’imminente caro libri, solletica inevitabilmente qualche preoccupazione in più. Se facciamo un passo indietro nel 2023, va anche tenuto in considerazione che quell’anno si è registrato un tasso d’inflazione al 5,1% (per l’Unione nazionale dei consumatori Brescia era la 24esima città più cara d’Italia): a quel tempo l’Istat ha stimato che il carrello della spesa mensile per una famiglia italiana era di 2.738 euro contro i 2.328 del 2019. Insomma, un aumento di oltre 16 punti percentuali che ha pesato ulteriormente anche sul bilancio dei bresciani.

I contratti

Di fronte a questi numeri, infine, si comprende meglio la genesi delle trattative che non trovano soluzione tra associazioni d’imprese e organizzazioni sindacali per rinnovo dei relativi contratto di lavoro. Nel nostro Paese sono più di 2 milioni e mezzo i lavoratori del settore privato interessati a queste lunghe negoziazioni tra le parti, in primis quelli metalmeccanici che nella nostra provincia rappresentano una comunità di circa 100mila addetti.

Se da un lato, a buon diritto, i lavoratori lamentano un aumento del salario, dall’altro lato le aziende palesano un aumento eccessivo dei costi di gestione (oltre al caro energia e materie prime, al fisco sempre più severo e alla dispendiosa burocrazia si sono aggiunti i dazi di Trump), che effettivamente mette a rischio la loro competitività sui mercati globali. Si confida, quantomeno, che le parti in causa possano giungere a breve a un compromesso.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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