Vita da rider a Brescia, «è una guerra per sopravvivere»

Dopo dieci anni dall’esplosione del delivery in Italia ci ha pensato la procura di Milano a mettere nel mirino i compensi sottosoglia e l’organizzazione del lavoro gestita dall’algoritmo. E dopo Glovo, a finire commissariata per caporalato sui rider è Deliveroo.
Davanti ai ristoranti, fuori i punti vendita dei colossi del food, la notizia ricorre e diventa argomento di discussione tra i lavoratori stessi.
La giornata dei rider
«A fine giornata metto il cavalletto allo scooter e mi faccio il segno della croce per la giornata finita». Nel racconto iconografico della sua quotidianità disvela le sue origini Umberto, 58enne emigrato dal Sud trent’anni fa a Brescia. Dopo essersi costruito una vita nella città della Loggia, ha perso il lavoro e si è separato dalla moglie.
Così ha dovuto reinventarsi. Quasi un anno fa ho visto l’annuncio su una piattaforma e mi sono candidato. Ma ogni giorno è una guerra. Tra affitto, spese e soldi per mia figlia rimane sempre troppo poco. È frustrante dover fare sempre i conti al centesimo perché non arrivi a fine mese, perché ogni settimana capita un imprevisto e sei sempre a rincorrere, sempre in affanno».
Umberto racconta il suo lavoro – la (non più) nuova frontiera dello sfruttamento professionale – come «una sconfitta personale. Ho fallito nella vita». E aggiunge: «Penso spesso di cambiare lavoro ma cosa faccio a quest’età? Vado sotto i ponti?». Perché il mestiere di fattorino del cibo è spesso l’ultima spiaggia, l’unica possibilità.

Lo sa bene Ahmed, 29enne che ormai da tre anni batte le strade di Brescia a bordo della sua bici elettrica. «Quando guadagni venti o al massimo trenta euro al giorno è veramente difficile. Molti rider non hanno un unico profilo ma ne usano tre o quattro contemporaneamente per provare ad intercettare più consegne possibili. È una guerra tra poveri». Guerra. Ricorre spesso questa parola tra chi fa questo mestiere ereditato da un mondo che non esiste più. Perché ognuno di essi affronta ogni giorno la propria guerra personale, tra le strade di tutta Italia.
Bistrattati, sfruttati, scarsamente o per nulla tutelati e ridotti ad ultimo anello di una catena di lavori precari, costituiscono la nuova lower class. Il ceto più basso della società fatto di persone che hanno in media 25,4 anni e che possono guadagnare fino a 1000 euro al mese (ma solo se si rendono sempre disponibili e fanno almeno 25 consegne al giorno).
Corrono da una parte all’altra della città con mezzi propri, spesso incuranti di pioggia e vento perché è il solo modo per guadagnare di più. È la gig economy, bellezza. Rohan, 26enne, rientra appieno nella statistica. Mentre sta per partire da piazza Vittoria alla volta di Sanpolino dice: «ho cercato lavoro anche in fabbrica ma nulla. Questo è meglio di niente. La decisione del tribunale di Milano è giusta, non solo per Glovo ma anche per Deliveroo».
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