Roberto Rossini: «Il reddito d’inclusione aveva approccio universale»

«Se il contrasto alla povertà fosse una priorità politica allora l’approccio sarebbe differente». Roberto Rossini oggi è presidente del Consiglio comunale di Brescia, ma nel 2017, da presidente delle Acli nazionali e da portavoce dell’Alleanza contro la povertà, firmò con il governo Gentiloni il memorandum sul reddito d’inclusione (Rei). Uno strumento differente e che partiva da presupposti completamente diversi da quelli che hanno spinto l’attuale esecutivo a varare l’assegno d’inclusione (Adi).
Rossini quali sono le differenze rispetto al Rei?
Paolo Gentiloni da primo ministro aveva tra le sue priorità il contrasto alla povertà e non a caso il reddito di inclusione poggiava su un principio di sussidio universale. Per essere precisi, l’approccio era quello dell’universalismo selettivo basato esclusivamente sulla condizione economica. Oggi invece con l’Adi vi è un approccio categoriale, non si considera più esclusivamente il requisito del reddito, ma anche il dato anagrafico, il numero di figli e se si è in età occupabile.
In sostanza si restringono le maglie?
Non solo, piuttosto non si considera che il tema della povertà prescinde dal reddito. Ci può essere anche una condizione di debolezza di corpo e di mente. Penso anche ai due recenti casi accaduti in città: i due senzatetto morti negli ultimi giorni erano in età da lavoro.
All’assegno di inclusione si arriva dopo le polemiche sul Reddito di cittadinanza. Lei lo aveva difeso e anche Mario Draghi l’aveva indicato come uno strumento utile, ma in molti parlavano dei furbetti.
Siamo nel Paese dei falsi invalidi, dei falsi in bilancio. In quel caso si disse che era assistenzialismo di Stato. Eppure ogni anno l’Istat certifica che in Italia il 10% della popolazione è in stato di povertà assoluta e che un altro 10% è in stato di povertà relativa; cioè arriva a fine me, ma se dovesse fronteggiare una spesa straordinaria contrarrebbe debiti. Noi per impostare il reddito d’inclusione ci mettemmo tre anni, per il reddito di cittadinanza Pasquale Tridico ci ha messo pochi mesi, puntando soprattutto sull’aspetto del lavoro e dei centri per l’impiego, tutto coordinato dall’Inps e poco sul territorio. Ma un povero alla periferia di Agrigento è diverso dal povero che vive a Milano. Sarebbe servito un maggior livello di coinvolgimento territoriale come con il Rei.
Lei è favorevole al salario minimo?
Sì e anche in Comune abbiamo votato una mozione in tal senso. Il salario minimo è una linea rossa al di sotto della quale non bisogna scendere, e che quasi tutti paesi europei hanno adottato. I sindacati non la amano perché c’è una tradizione italiana di contrattualistica, ma basta firmare accordi con loro.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
