Quest’anno l’emergenza climatica ha lasciato una pesante eredità sulle rese e sulla qualità del mais da granella e quello ceroso. Ormai terminata la raccolta si può dire che l’annata maidicola bresciana è stata tra le più complicate degli ultimi dieci anni a causa della forte carenza idrica, di temperature record e di molti episodi di grandine e maltempo. Si è salvato il mais nelle porzioni di terreni della nostra provincia che hanno ricevuto acqua dai consorzi. Ma il meteo caldo e siccitoso ha fatto la sua parte stressando a tal punto le piante che le aflatossine quest’anno hanno avuto un consistente sviluppo tanto da mettere a dura prova anche l’approvvigionamento di mangimi di qualità soprattutto per le vacche da latte. Infatti il mais è la coltura predominante nei seminativi bresciani ed è fondamentale per l’alimentazione degli animali.
I numeri
Nel 2025 sono stati seminati 43.000 ettari di mais ceroso con una produzione di 25.832 milioni di quintali e 27.000 ettari a granella con una produzione di 3.535 milioni di quintali. «Da un primo censimento nel 2026 – spiega Oscar Scalmana presidente di Confagricoltura Brescia – la superficie non è diminuita, ma è stato un anno particolarmente difficile sotto l’aspetto produttivo, ma soprattutto qualitativo. Le frequenti grandinate hanno infatti comportato perdite in alcuni aereali del 100%, ma soprattutto la scarsità di piogge e le alte temperature hanno determinato le condizioni più critiche sulla qualità».
Confagricoltura stima quindi che la produzione alla fine abbia subito quest’anno una perdita generalizzata del 10 per cento, molto più ridotta rispetto alle criticità sostenute dai produttori. «Tale dato – commenta Scalmana – è dovuto principalmente alla resilienza dei nostri metodi di coltivazione (possibilità di irrigazione e tecnica colturale) anche se tutto ciò ha comportato un aumento dei costi di produzione. La qualità è stata la parte più colpita perché le alte temperature hanno incrementato la presenza di aflatossine, prodotto naturale, ma altamente tossico per l’alimentazione degli animali».
Secondo raccolto
Tuttavia «è emerso un dato interessante in questa annata ovvero che il mais ceroso di secondo raccolto ha caratteristiche sia produttive che sanitarie molto positive. Per il futuro la sfida per garantire la continuità ambientale ed economica – conclude Scalmana – dovrà svilupparsi sulla ricerca genetica e bene ha fatto la Regione Lombardia, prima in Italia, a permettere la sperimentazione in pieno campo di nuove varietà ottenute con le nuove tecniche genomiche».
In Italia
Anche perché se la nostra provincia piange, il resto del nostro Paese non sorride. Negli ultimi dieci anni le superfici coltivate a granella sono passate da 870 mila ettari a meno di 500 mila ettari e la produzione si è dimezzata, scendendo a poco più di 4 milioni di tonnellate, con l’import che arriva ormai a coprire stabilmente il 60% del fabbisogno nazionale. Una situazione molto preoccupante seppure al momento le quotazioni di mercato nel nostro Paese tengono la soglia del prezzo del mais nazionale a 268 euro la tonnellata rispetto invece ai prezzi del mais che continuano a crescere sui mercati internazionali, con rincari annui del 23% per il prodotto statunitense e del 13% per quello brasiliano.
È dunque probabile che l’annata maidicola 2026 avrà degli strascichi sulla produzione quantitativa dei mangimi, ma soprattutto qualitativa con una valutazione sui prezzi del mercato tutta da verificare e contestualizzare con l’attuale situazione geopolitica. Di certo per ora ci sono gli aumenti dei costi di produzione che gli agricoltori hanno dovuto sostenere per salvare l’annata maidicola più complicata degli ultimi dieci anni.



