«La siderurgia italiana è ancora troppo frammentata per affrontare la competizione globale. Per restare in vita dovrà fare importanti operazioni di aggregazione. Nel settore dell’acciaio piccolo non è più bello. Servono dimensioni industriali più ampie, sinergie europee e una massa critica sufficiente per sostenere ricerca, innovazione e costi energetici».
Paola Artioli è una delle figure più autorevoli dell’imprenditoria bresciana: Cavaliere del Lavoro, Mela d’Oro del Premio Bellisario nel 2016, è l’unica donna italiana (una delle sole due in Europa, ndr) ad essere proprietaria e alla guida di un gruppo siderurgico. È amministratore delegato e presidente esecutivo di Asonext, realtà da 170 milioni di fatturato e oltre 250 dipendenti specializzata negli acciai ad alta tecnologia destinati al settore automotive, all’oil & gas, al nucleare e all’aerospazio.
Lingotti, barre forgiate e blocchi fucinati escono dall’acciaieria di Ospitaletto e dalla forgia di Castegnato seguendo un modello produttivo quasi sartoriale: nessun magazzino, solo lavorazioni su commessa.
Anche per Asonext il dossier aggregazioni è aperto?
Da anni sto valutando la possibilità di un’integrazione con partner europei. Anche per Asonext la crescita dimensionale rappresenta una prospettiva industriale sempre più auspicabile. Per affrontare i costi della ricerca, dell’energia e costruire reti commerciali internazionali servono grandi sinergie.
Un partner bresciano?
Potrebbe esserlo. Ma potrebbe essere anche estero, anzi preferirei fosse estero. Ci sto pensando da tempo. Il tema è sul tavolo dei cda dei siderurgici italiani, poi magari non emerge, ma qualunque imprenditore assennato ci deve pensare.
Il gruppo venne fondato nel 1971 a Ospitaletto da suo padre Aldo Artioli, tra i protagonisti della siderurgia bresciana del dopoguerra. Cosa ricorda di quegli anni?
Mio padre arrivò da Torino all’inizio degli anni Sessanta per collaborare con Oddino Pietra alla costruzione dell’acciaieria di via Orzinuovi. Era un chimico industriale specializzato in metallurgia e intuì che Brescia produceva soprattutto acciai da costruzione, il tondino. Mancavano invece acciai speciali di alta qualità. Da quella intuizione nacque Aso, acronimo di Acciai Speciali Ospitaletto, con il primo forno elettrico installato nel 1972. Ancora oggi produciamo acciai speciali che spesso non sono mai stati realizzati prima. Questo richiede competenze elevatissime, una ricerca continua e la capacità di dare risposte rapidissime ai clienti. Oltre metà della produzione della nostra forgia è esportata all’estero, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.

Quando ha deciso che sarebbe diventata imprenditrice?
Avevo solo otto anni. Ero a cena a casa di uno dei due soci dell’azienda. La moglie disse a mia madre: “Tu hai solo figlie femmine, mentre noi abbiamo due figli maschi, quindi l’acciaieria resterà ai nostri figli”. Sentii quella frase e decisi che non sarebbe andata così. Fu in quel momento che decisi che avrei fatto il lavoro di mio padre.
La strada, però, non fu lineare. Laurea in Economia alla Sapienza, dieci anni da commercialista a Roma, poi il rientro a Brescia nel 1999. Quanto è stata importante quell’esperienza?
Moltissimo. Durante gli anni universitari mio padre mi mise una scrivania a fianco alla sua perché io potessi ascoltare riunioni, telefonate, incontri. L’esperienza a Roma mi ha dato una mentalità tecnica e consulenziale che si è rivelata decisiva nella gestione del passaggio generazionale.

Come è avvenuto il primo passaggio generazionale?
È stato un percorso complesso. Dopo la scomparsa improvvisa di mio padre si erano create dinamiche inevitabili in una famiglia imprenditoriale numerosa. Non c’erano solo le mie sorelle, ma anche i relativi mariti, mio marito, c'era già mio nipote che aveva appena finito l'università. Governare una situazione così articolata senza una regia chiara col passare degli anni diventò impossibile.
Nel 2019 la riorganizzazione che ha portato alla nascita della holding Advanced Steel Solutions e al rebranding in Asonext. Una scelta dolorosa?
Molto dolorosa, ma necessaria per riportare chiarezza nella governance. È stato un passaggio fondamentale per la crescita dell’azienda. Aver ricondotto Aso a una direzione chiara, come accadeva quando c'era mio padre, è stata probabilmente la decisione migliore che io abbia mai preso. Ha restituito all’azienda trasparenza verso gli stakeholder e fiducia da parte dei clienti.
Ha già avviato il prossimo passaggio generazionale?
Ho due figli: Bianca 29 anni, ha scelto, ormai dieci anni fa, la professione medica sanitaria, la sua passione. Ma non si sa mai nella vita, si può fare impresa in campi anche molto diversi, anche in quello sanitario, appunto. Alessandro ha 21 anni studia Comunicazione d’impresa alla Iulm e già lavora part-time in azienda. È molto portato per l’ambiente industriale. Fin da giovanissimo ha fatto esperienze imprenditoriali in altri ambiti e dimostra una forte inclinazione all’iniziativa. Probabilmente è una questione genetica: ha preso questa inclinazione dal Dna del nonno e della mamma. Resterò in azienda ancora a lungo, non ho proprio nessuna intenzione di andare in pensione. Mio figlio avrà bisogno oltre che della mia presenza di una squadra manageriale affiatata e con forti competenze.

La siderurgia è storicamente un mondo prettamente maschile, quali difficoltà ha incontrato?
Essere proprietaria non basta. Il consenso dei collaboratori non è scontato e automatico, va conquistato con credibilità, competenze e capacità di leadership. Le resistenze culturali sono profonde, non solo nel mondo della siderurgia. Quando una donna guida un’azienda, inconsciamente, viene percepita da tutti più come una figura che accudisce, che come una persona che detta regole. Ho dovuto costruire autorevolezza attraverso l’utilizzo dei dati, con i risultati e la capacità di negoziazione.
La siderurgia bresciana è nata sul riciclo del rottame e col forno elettrico. La sostenibilità è uno dei pilastri della strategia del gruppo. In che modo?
Asonext è oggi società benefit, probabilmente la prima nel comparto siderurgico italiano. La siderurgia bresciana è nata sull’economia circolare del rottame. Noi abbiamo trasformato questa cultura in un modello industriale avanzato. Dal 2025 il gruppo utilizza energia elettrica certificata interamente da fonti rinnovabili certificate e ricicla il 98% dei sottoprodotti.
L’innovazione passa anche dall’ambiente?
Negli ultimi 4 anni abbiamo fatto investimenti per 30 milioni di euro, 15 milioni di questi per iniziative nell’economia circolare. Tra i progetti più innovativi c’è un impianto green-field per il recupero delle scorie siderurgiche per realizzare materiali destinati all’edilizia e alle infrastrutture. La nostra scoria è stata certificata e potrà essere reimpiegata nei sottofondi stradali e nei blocchi in cemento per opere di contenimento. Abbiamo inoltre sostituito progressivamente l’antracite con plastica riciclata nei processi fusori. Oggi abbiamo superato il 50%, ma vogliamo arrivare al 90%.

La transizione ecologica è una sfida inevitabile?
Si, purché sia accompagnata da tempi compatibili con la competitività dell’industria. L’Europa ha avuto il merito di spingere le imprese verso la lotta al cambiamento climatico. Ma bisogna evitare squilibri come quelli creati nell’automotive, che hanno avuto ricadute pesanti anche sulla siderurgia.
Il comparto attraversa una fase delicata. Come vede il futuro?
Il 2025 è stato un anno complicato. Abbiamo dovuto fronteggiare il fermo di uno dei principali forni per dieci mesi dopo un infortunio sul lavoro. Ma nel tempo ho costruito una realtà forte, con molti anticorpi. Il risk management è diventato un mantra. Guardo avanti, vorrei realizzare qualcosa di più grande con la mia azienda. Una prospettiva che potrebbe passare proprio da un’aggregazione internazionale. Non conta che il partner sia italiano o europeo. Contano la sintonia di visione, i valori e la condivisione degli obiettivi industriali e ambientali. Non ho paura dei cambiamenti, né dell’intelligenza artificiale. Mio padre mi ha insegnato il coraggio di mettere l’azienda davanti a tutto. È questo il valore che vorrei lasciare in eredità.




