Nel 1526 Mastro Bartolomeo Beretta riceveva dall’Arsenale di Venezia il pagamento per 185 canne d’archibugio. Cinque secoli dopo, l’azienda nata da quella commessa è diventata il cuore di un gruppo internazionale, Beretta Holding, che conta circa 6.000 dipendenti nel mondo e ricavi per 1,7 miliardi di euro. Un caso quasi unico di continuità imprenditoriale: sedici generazioni della stessa famiglia e cinque secoli di storia senza interruzioni. Nell’anno del 500° anniversario, a raccontare cosa significhi raccogliere questa eredità è Carlo Gussalli Beretta, 16ª generazione dei Beretta, da sei anni in azienda. È entrato occupandosi di risorse umane e marketing e oggi segue in particolare il mondo del lusso e la divisione PB Selection. Ma guarda anche alla trasformazione digitale del gruppo e al rapporto tra innovazione e tradizione.
Carlo Gussalli Beretta, cosa significa essere la 16ª generazione proprio nell’anno in cui Beretta festeggia 500 anni?
È una fortuna incredibile. Penso a tutte le generazioni che hanno lavorato in azienda prima di me e poter festeggiare un evento così importante non capita a tutti. Sono in azienda da sei anni e questo rende tutto ancora più speciale. Significa avere una responsabilità, ma è anche un motivo di onore e orgoglio: poter contribuire alla nostra storia, aggiungere un tassello e diventare il prossimo anello della catena della storia Beretta.
La sua formazione è stata internazionale, ma il rapporto con Brescia e la Val Trompia è sempre rimasto forte.
Brescia e la Val Trompia hanno fatto parte della mia crescita e della mia infanzia. Sono nato a New York, ma già il secondo anno di vita l’ho trascorso a Gardone Valtrompia. Poi sono tornato a Brescia, dove ho frequentato elementari e medie. Anche da bambino, attraverso mio padre e mio nonno, ho iniziato a conoscere il mondo Beretta. Ricordo le visite in America e soprattutto i periodi trascorsi vicino all’azienda, dove vedevo i fabbri e gli artigiani che lavoravano i legni dei fucili. Sono immagini che rimangono.
Suo nonno Ugo che ruolo ha avuto nella sua formazione?
Un ruolo importante. Ho avuto la fortuna di avere un rapporto molto stretto con lui e con la nonna Moni. Da bambino dormivo spesso a casa loro. La mattina uscivo con il nonno, che veniva a Gardone, mentre io andavo a scuola. E ricordo ancora il pane fresco con burro e zucchero che mi preparava la nonna. Sono ricordi familiari, apparentemente semplici, ma che hanno costruito il mio rapporto con loro e con la famiglia.
Qual è la difficoltà maggiore nell’essere un Beretta?
La responsabilità. Non mi è mai stato imposto un percorso, né scolastico né lavorativo, però quando entri a far parte di questa realtà senti il compito di fare bene, di impegnarti al massimo, di portare idee nuove che possano migliorare l’azienda. Non è facile, ma è anche ciò che mi rende orgoglioso.
Quando è entrato in azienda, da dove è partito?
Mi sono concentrato soprattutto sulle risorse umane e sul marketing. Non avendo fatto ingegneria, sapevo che non sarei diventato un ingegnere e non avrei insegnato a nessuno come si costruisce un’arma. Pensavo invece di poter contribuire sul modo di lavorare insieme. Uno dei primi obiettivi è stato capire come far collaborare persone con culture diverse, soprattutto tra Gardone e Beretta Usa. Poi mi sono occupato anche della parte creativa e digitale.

E suo padre, quando è entrato in Fabbrica d’Armi, cosa le ha detto?
Il giorno prima mi disse una cosa molto semplice: «Domani vieni in azienda e sappi che tutte le volte che sei a Brescia devi venire in azienda tutti i giorni». Questa è stata la regola. Quando sono qui e non sono in giro per lavoro, vengo in fabbrica ogni giorno.
Oggi segue soprattutto il segmento del lusso. Come sta cambiando questo mercato?
Sono sempre più convinto che non basti il prodotto. Nel lusso, il fucile è un prodotto di eccellenza, ma conta tutta l’esperienza che lo circonda. Per me non è più soltanto un’arma da fuoco, ma una vera e propria opera d’arte. L’obiettivo è quindi costruire un’esperienza completa per il cliente.
E la fabbrica di domani? Quanto entreranno intelligenza artificiale, robotica e digitale?
È difficile immaginare dove saremo tra dieci anni, vista la velocità con cui stanno evolvendo le tecnologie. Già oggi vediamo grandi cambiamenti nei nostri processi. Anche quando i numeri sono buoni e le vendite sono quelle che ci aspettiamo, non bisogna fermarsi: continuiamo a investire in nuove tecnologie, macchinari, ricerca e sviluppo. La direzione è diffondere una cultura digitale a 360 gradi, perché in futuro tutti in azienda potranno utilizzare strumenti capaci di rendere il lavoro quotidiano più semplice ed efficace.
Cinque secoli e sedici generazioni: qual è il segreto della longevità?
Una formula magica non c’è. La fortuna fa parte dell’equazione, ma non è tutto. Sono fondamentali il rispetto reciproco, la suddivisione dei ruoli e delle responsabilità e soprattutto la fiducia nel management. La famiglia non entra in azienda imponendo le proprie decisioni. Ci confrontiamo quotidianamente con il management e insieme definiamo la direzione strategica. Questa fiducia è fondamentale per dare continuità a una direzione comune.
Quanto conta ancora il territorio per Beretta?
Siamo estremamente legati alla Val Trompia. Beretta nasce qui perché la valle era ricca di minerali e ferro, utilizzati per le canne degli archibugi. Ma soprattutto siamo legati alle persone. Nel lusso abbiamo competenze artigianali, da chi lavora i legni a chi incide e realizza le zigrinature, che non si trovano altrove. Siamo in Val Trompia da 500 anni e lo saremo anche per i prossimi 500. Il legame con Brescia è fortissimo anche attraverso i fornitori: circa l’80% è in provincia di Brescia. Per questo lo sviluppo del sistema industriale bresciano è fondamentale anche per noi.
Se dovesse riassumere in tre parole lo spirito con cui la sedicesima generazione entra nel sesto secolo?
Userei lo slogan dei nostri 500 anni: «Legacy, Forge, Tomorrow». Dentro queste tre parole c’è tutto quello che eravamo, tutto quello che siamo e tutto quello che saremo.




