Economia

Ignazio Visco a Brescia: «La globalizzazione si sta ridefinendo»

Il governatore onorario della Banca d’Italia oggi alle 18 in città per il ciclo dei «Pomeriggi in San Barnaba»
Il governatore onorario di Bankitalia, Ignazio Visco © www.giornaledibrescia.it
Il governatore onorario di Bankitalia, Ignazio Visco © www.giornaledibrescia.it
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Dove va la globalizzazione? E soprattutto: l’Europa è attrezzata per fronteggiare da protagonista il nuovo scenario internazionale? Sono alcuni degli interrogativi a cui risponderà il governatore onorario della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che oggi, dalle 18 (auditorium San Barnaba in corso Magenta, ingresso gratuito), terrà una lezione dal titolo «la globalizzazione in crisi» per il ciclo dei «Pomeriggi in San Barnaba» organizzato dalla Fondazione Calzari Trebeschi.

Governatore Visco cominciamo dal titolo della sua lezione: «La globalizzazione in crisi». Secondo lei la globalizzazione è davvero in crisi? E perché?

Prima di tutto bisogna definire la globalizzazione, che è cosa diversa dal globalismo. La globalizzazione significa ampia libertà di scambio di beni, servizi e capitali, mobilità delle persone e circolazione mondiale di idee, conoscenze e informazioni. Non necessariamente nella versione neoliberista secondo cui tutto si aggiusta da solo: servono regole.

Dopo la fine della Guerra fredda, con l’accentuarsi dell’interdipendenza, si sono affermate regole sul commercio, sugli standard, sulla riduzione dei dazi, sul ruolo delle istituzioni internazionali nell’assistenza e nella cooperazione. Questo impianto ha funzionato per un periodo, ma sono emersi squilibri, culminati nella crisi finanziaria del 2007-2009. Non è stata una crisi geopolitica, ma economico-finanziaria, legata anche a come i benefici della globalizzazione e della trasformazione tecnologica sono stati distribuiti tra i Paesi e all’interno dei Paesi.

La globalizzazione ha portato benefici?

Più di un miliardo di persone è uscito dalla povertà estrema; la popolazione mondiale è cresciuta senza un aumento della povertà estrema, che anzi si è ridotta drasticamente. Ma contemporaneamente è peggiorata la distribuzione di reddito e ricchezza nei Paesi avanzati, diffondendo insicurezza. Si sono persi posti nel manifatturiero, soprattutto negli Stati Uniti. La Cina ha adottato una politica mercantilista trainata dalle esportazioni, mentre gli Stati Uniti sono diventati un Paese in forte squilibrio sul conto corrente. Sono divenuti il grande debitore del mondo, con una posizione patrimoniale netta sull’estero fortemente negativa e un debito pubblico elevato.

I benefici della crescita, specie nel periodo d’oro delle big tech, non sono stati ben distribuiti. La classe media è entrata in affanno e si è diffusa una tendenza verso soluzioni politiche di chiusura e protezionismo, iniziata prima di Trump. Già dopo la crisi finanziaria si vedevano segnali di ritorno a barriere. La Cina, pur diventata potenza industriale, non ha rinunciato allo status di economia non di mercato nel Wto, che le consente interventi di sostegno alle esportazioni non permessi ai Paesi avanzati.

Oggi vediamo una messa in discussione del sistema di regole internazionali poste in essere nel secondo dopoguerra in primis dagli Stati Uniti. È la crisi della globalizzazione?

Con la fine della Guerra fredda si pensava che Cina e Russia si sarebbero integrate stabilmente in un sistema di libero mercato. Si è diffusa l’idea che le catene globali del valore garantissero equilibrio e prezzi bassi. Ma non si è tenuto conto degli effetti distributivi negativi. E sono sorti dubbi sui benefici dell’apertura dei mercati, dal libero commercio alla mobilità delle persone. Anche le posizioni contro l’immigrazione hanno questa origine, pur essendo l’immigrazione demograficamente necessaria.

Strumenti di politica economica e commerciale – dazi e barriere non tariffarie – sono poi tornati a essere usati per finalità di natura politica, estera e interna. È un mondo meno multilaterale, più multipolare, senza un ordine condiviso basato su regole comuni. I rischi di conflitto aumentano e soprattutto cresce l’incertezza.

L’erraticità di Trump nelle dichiarazioni e nelle scelte politiche non penalizza i mercati?

Sì. C’è volatilità, ma con il dollaro che si deprezza. In teoria, con più dazi e più inflazione attesa, il dollaro dovrebbe apprezzarsi; invece si deprezza, segno di un’uscita dagli investimenti in dollari o di coperture contro il rischio di deprezzamento. Tuttavia, l’incertezza non si riflette nei mercati azionari: i listini americani crescono da oltre un decennio, trainati dalle grandi imprese tecnologiche, sempre più concentrate. Gli investimenti in queste imprese hanno reso enormemente più dei titoli pubblici. Questa concentrazione implica potere di mercato e potere politico. Non sappiamo se sia una bolla: riflette innovazione, ma anche rendita monopolistica.

Donald Trump nel giorno in cui ha presentato il sistema di dazi Usa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump nel giorno in cui ha presentato il sistema di dazi Usa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La rendita può ridurre il benessere dei consumatori e, nel medio periodo, frenare l’innovazione. Le grandi imprese possono smettere di innovare e vivere di posizione dominante. Servirebbero regole antitrust, ma le scelte americane recenti vanno in senso opposto, proteggendo il settore. In Cina, per ragioni diverse, è un quasi monopolio di Stato. L’Europa è stretta tra oligopolio americano e quasi monopolio cinese. Non ha fatto investimenti innovativi sufficienti né completato l’integrazione del mercato. Ha puntato troppo su una politica mercantilista, soprattutto tedesca, non sostenibile nel lungo periodo.

Tutti si interrogano su quello che può fare l’Europa, anche se poi all’interno dell’Unione stessa ci sono diverse visioni dell’Europa. Draghi propone una ricetta che non è la stessa dei sovranisti.

Draghi parla di pragmatismo. Cosa vuol dire? La mia lettura – che non vuol dire solo più mercato ma anche più stato, uno stato migliore, e anche uno “stato sociale” più solido e più equilibrato – è che ci sono questioni sulle quali la scala attuale non è in grado di difendere gli interessi di tutti.

Una di queste e l’intelligenza artificiale: c’è una proposta adesso sul tavolo di avere un ruolo pubblico, se vogliamo, più ampio di quello attuale, ma non può essere definito a livello dei singoli Stati, perché le dimensioni – della capacità di calcolo, dello sforzo energetico, del mercato in generale – sono tali che devono essere sovranazionali. Ancora, il cambiamento climatico: si può dire che non c’è, però di fatto noi come Paese dovremmo essere i primi a dire «stiamo attenti che anche ben prima che si sciolgano i ghiacci della Groenlandia e il livello del mare salga di 7 metri, esondazioni e inondazioni non risparmieranno neppure Brescia».

Ci sono anche altri ambiti dove si deve ragionare difendendo gli interessi di tutti?

C’è la difesa: l’argomento del giorno. Non vuol dire avere le forze armate pronte a invadere la Russia, ma avere capacità di intelligence e strumenti tecnologicamente avanzati come quelli che si usano adesso anche per i satelliti, il cloud. Se noi dipendiamo totalmente, per il cloud, da due o tre compagnie americane, non va bene. Sono ambiti nei quali nessuno Stato europeo, preso singolarmente, ha la massa critica per incidere davvero. La cooperazione sarebbe necessaria, ma il rischio è che si arrivi a soluzioni condivise solo dopo uno shock, ambientale, militare o finanziario, come spesso è accaduto nella storia. La lungimiranza non è una qualità sempre diffusa nelle classi politiche.

Dal lato finanziario, c’è questa innovazione forte che la Banca d’Italia ha portato avanti da tempo e che riguarda l’euro digitale come elemento di uno sforzo infrastrutturale più ampio. I pagamenti in Europa avvengono su infrastrutture che non sono europee – i pagamenti con carta – mentre i pagamenti all’ingrosso, quelli tra le banche europee, avvengono nell’ambito del sistema Target, ideato dalla Banca d’Italia, dalla Bundesbank e dalla Banque de France, gestito da noi, dalla Banca d’Italia, e dalla Bundesbank. E ci sono sviluppi in corso importanti per cercare di avere risposte europee e quindi un’indipendenza. Non chiusura, ma indipendenza.

L'Unione europea resta politicamente frammentata
L'Unione europea resta politicamente frammentata

Cosa pensa di questa tendenza europea?

La cosa è curiosa perché c’è una tensione di autonomia – una lettura neanche tanto confederale, proprio di sovranità nazionale – ma contemporaneamente la vera sovranità europea è quella dell’euro, che è sovranazionale. Il punto centrale è che l’Europa è frammentata politicamente, ma condivide obiettivi di fondo: lo Stato sociale, la protezione dei cittadini, la gestione dell’invecchiamento demografico, la tutela sanitaria. A queste esigenze si aggiungono oggi nuovi investimenti necessari, dalla transizione energetica alla difesa. Per sostenerli serve un’evoluzione istituzionale, maggiore integrazione dei mercati dei capitali, strumenti comuni di finanziamento. Si possono chiamare coalizioni di volenterosi, si può parlare di pragmatismo, ma la sostanza è che esistono ambiti nei quali, sovranisti o non sovranisti, occorre mettersi d’accordo, oppure andiamo a casa tutti.

La globalizzazione continuerà?

Il commercio fondato sull’interdipendenza non può ridursi molto, e infatti non si sta riducendo, anche se aumentano “triangolazioni” e, in prospettiva, regionalizzazioni. C’è reshoring e nearshoring per ridurre rischi e costi, ma le imprese continuano a beneficiare delle catene globali del valore.

Nei servizi gli Stati Uniti hanno un grande surplus, specie tecnologico. Si cercherà di ridurre dipendenze eccessive in settori strategici, come energia e tecnologie digitali. Per l’Europa il guadagno nel medio termine può venire dalle rinnovabili. Ci sono costi di transizione, che vanno compensati, ma anche benefici futuri e risparmi sui danni climatici. La mobilità delle persone resta un tema complesso. Ci sono rifugiati per conflitti e migrazioni economiche. Nei prossimi decenni la crescita demografica sarà concentrata in Africa e in altre aree in sviluppo. Se quelle economie non crescono, la pressione migratoria sarà forte. Servirebbero programmi ordinati di mobilità e integrazione. L’idea di un’identità immutabile è storicamente infondata. Il problema più grande riguarda la circolazione delle idee e della conoscenza. Le grandi imprese dell’intelligenza artificiale utilizzano dati raccolti ovunque. Il rischio è duplice: proteggere eccessivamente i dati bloccandone la circolazione, oppure lasciare che l’uso delle informazioni resti chiuso dentro poche grandi società. È il tema della scienza aperta contro la scienza chiusa. Il progresso delle economie dipende dalla condivisione e dall’open source.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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