Cop30, rallentamento ma non resa: per l’ambiente un lavoro costante

Il processo è sicuramente molto complesso e come tale va compreso e la situazione geopolitica non aiuta sicuramente ed è difficile far convergere 197 Paesi
Persone indigene in protesta a Belem - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Persone indigene in protesta a Belem - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Kingsbridge, 1165. Il capomastro dai capelli rossi, si asciugò la fronte e si appoggiò al muro. Fissò il grande spazio vuoto, sapendo che il lavoro doveva ricominciare. Si era discusso per giorni sul peso delle nuove pietre necessarie alla volta. Alla fine i mercanti più ricchi promisero i fondi essenziali per i pilastri, a patto che la pietra fosse estratta dalle loro cave. I muratori, sebbene frustrati per la lentezza, ripresero a lavorare, sapendo che ogni singola pietra era importante per sollevare la navata di un altro metro ed anche per poter sfamare le proprie famiglie. La cattedrale non era ancora completa, ma un nuovo, fragile arco era stato eretto. Il capomastro seguì con lo sguardo tutta la lunghezza del pilastro che sembrava sostenere il cielo. Alcune cupe nubi stavano arrivando dall’orizzonte…

Brasile, 20 novembre 2025. Ad un certo punto la pioggia. Scrosciante. Un rumore che divampa sotto i tendoni. Il suono rimbomba a ritmo incessante. Il vento scuote la plastica, lasciando entrare ondate che bagnano scarpe e pantaloni. A Belém il temporale viene e va ad intermittenza, trasformando le strade in fiumi fangosi, un eco sinistra della crisi climatica globale. E poi, al termine della pioggia, l’aria diventa densa, come una coperta calda e l’umidità ti afferra alla gola, togliendo il respiro. Non è solo umidità tropicale: è l’Amazzonia stessa che sembra sudare. Sotto i tendoni l’aria condizionata, alimentata a gasolio, riprende a soffiare ferocemente. Non lontano dalla costa, l'Oceano Atlantico culla l'insolita flotta di navi da crociera bianche, rifugi temporanei per coloro che non hanno trovato alloggio sulla terraferma. E poi, d’un tratto, l’inevitabile: un fumo nero e acre che si alza con furia improvvisa da uno dei padiglioni. 50000 persone sono costrette ad allontanarsi di fretta.

  • Immagini dalla Cop30 in Brasile
    Immagini dalla Cop30 in Brasile - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
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Per alcuni giorni la Cop30 è apparsa sui principali quotidiani per via dell’incendio di uno dei padiglioni e per i paradossi che l’hanno caratterizzata: una conferenza sull’ambiente alimentata a gasolio ed in una città con un clima tropicale che «mima» gli eventi estremi del cambiamento climatico e che, allo stesso tempo, è la porta dell’Amazzonia, polmone del Mondo. Una volta conclusosi la conferenza, anche questa volta oltre i tempi supplementari, alcuni commentatori hanno parlato dell’evento come di una sconfitta che non ha conseguito nessun progresso.

Qualcuno ha parlato addirittura di resa. Come abbiamo già sottolineato in un precedente articolo, il processo è sicuramente molto complesso e come tale va compreso. Nella mente di chi scrive ricorda molto la costruzione della cattedrale del libro «i Pilastri della Terra» di Ken Follett. Nel romanzo si seguono per alcuni decenni le vite di alcune famiglie della immaginaria città di Kingsbridge. La cattedrale funge da sfondo e da motore della storia, sottolineando come sia complicato ed estremamente lento il processo attuativo di un progetto. E più questo risulta ambizioso e costoso, maggiori saranno gli ostacoli ed i rallentamenti.

Molte le cause: dalla mancanza di risorse, dallo scontro tra gruppi differenti con diversi obiettivi, e così via. E l’altro elemento che emerge è che il lavoro è incessante. Culmina in alcuni momenti particolari ma si svolge con continuità. Ed infine, il suo svolgimento è estremamente complesso perché ha tantissime sfaccettature che vanno dal tipo di manodopera, di materiale, di tecnologia utile, etc e quindi ci sono più gruppi di persone e più obiettivi che devono essere raggiunti.

Per le Conferenze delle Parti (Cop) il processo è similare: è composto da numerosi sentieri che si percorrono con velocità differenti. Sullo sfondo c’è sempre la Cattedrale: la lotta al cambiamento climatico. Ma di volta in volta si cercano di costruire alcune parti di essa: una volta una cupola, un’altra i pilastri, e così via. E la conferenza non è altro che il momento apicale in cui i lavori svolti convergono verso un documento, talvolta già parzialmente impostato. Il premio Nobel 2022 ed ex Governatore della Fed, Ben Bernanke addirittura scrive a proposito dei vertici del G7: «il più delle volte il comunicato finale è già stato scritto, e la riunione ha carattere di routine».

Non crediamo sia esattamente il caso delle Cop, data la numerosità dei partecipanti e la difficoltà di convergenza ma è importante sottolineare come molto lavoro venga svolto durante tutto l’anno. Per poter quindi commentare nella sua completezza un risultato di una Cop bisogna conoscerne i dettagli: il processo avviene quindi in continuità su più binari. Talvolta un treno accelera, talaltra rallenta. Per fare un esempio, nel documento finale della Cop28, per la prima volta si scrisse in merito alle fonti fossili. L’esatta locuzione utilizzata non fu quella più rigida di «eliminazione» (phasing out) ma di «transizione» attraverso un processo graduale (transitioning away). Si trovò un modo non troppo incisivo di porre il problema ma fu comunque un successo. La prima pietra era stata messa.

Il tema è sicuramente dei più cruciali ed importanti perché politicamente insiste sui pilastri stessi della cattedrale: una transizione dalle fonti fossili condivisa da tutti gli Stati sarebbe il Sacro Graal delle Cop. Ma solo se in seguito ad un accordo sulla parola seguisse un accordo sui fatti, cioè se venisse definita una roadmap, in cui stabilire tempi e modalità di attuazione. Da subito emergono i due problemi strutturali del processo: l’unanimità ed il pragmatismo. Bisogna promettere e fare. Gli organizzatori della COP30 ed un gruppo di 80 Paesi, hanno da subito cercato di portare a casa questo importante risultato. Tuttavia, i lavori della cattedrale si sono arenati: le fonti fossili sono scomparse dal documento finale per l’opposizione di alcuni Stati, tra cui l’Arabia Saudita in rappresentanza dell’Arab Group ed altri Stati produttori di fonti fossili.

La sessione plenaria finale della Cop30 - Foto Epa/Fraga Alves © www.giornaledibrescia.it
La sessione plenaria finale della Cop30 - Foto Epa/Fraga Alves © www.giornaledibrescia.it

La situazione geopolitica non aiuta sicuramente ed è difficile far convergere 197 Paesi. Guardando quindi solo all’ambizioso macro-obiettivo, è naturale sintetizzare che la Cop30 non sia stata un successo. Anche perché è stato formalmente riconosciuto per la prima volta che è probabile che il mondo superi l’obiettivo del riscaldamento di 1,5°C, come molti hanno già anticipato in vari lavori e come è anche già accaduto quest’anno (si ricorda tuttavia che affinché si fallisca l’obiettivo di Parigi non basta lo sforamento di un solo anno ma serve una tendenza media che si calcola su decine di anni).

Però nel frattempo altro è stato fatto: si continuano a costruire alcune parti della cattedrale. Di fronte al mancato bersaglio del «phasing–out», nel documento finale, denominato «Mutirão Decision», sì è cercato di mantenere il punto, ribadendo formalmente l’impegno collettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. A tal riguardo, sono state introdotte due iniziative volontarie, il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5°C , volte a promuovere gli sforzi per mantenere «a portata di mano» l'obiettivo di Parigi sulla temperatura. Inoltre il Brasile ha annunciato che utilizzerà l'anno successivo per sviluppare due road map separate riguardanti i combustibili fossili e la deforestazione.

Un altro importante pezzo della cattedrale è dato dalla finanza per il clima. L’accordo ha incluso infatti un piano per triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035. Sono stati inoltre garantiti oltre $9 miliardi di dollari in impegni per fermare la deforestazione, che incide per circa un decimo delle emissioni globali. Non si è riusciti invece a dare forma ad una chiara roadmap per potenziare il flusso di aiuti finanziari dai Paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo, una questione rimandata dalla COP29 di Baku. L'obiettivo concordato a Baku era di $300 miliardi di dollari all'anno (a fronte, però, di una richiesta dei Paesi in via di sviluppo di $1.300 miliardi). Un pilastro che costantemente viene costruito e rimodellato con continuità, nato nella conferenza di Copenaghen del 2009 (la COP15) e poi ripreso e reso attivo da Parigi 2015, è legato ai cosiddetti Nationally Determined Contributions (Ndc), cioè gli impegni individuali presi da ciascun Paese per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico globale.

Gli Ndc definiscono gli obiettivi di riduzione, le misure di mitigazione ed adattamento di ogni Stato ed i finanziamenti adottati e previsti. Essi devono essere presentati ogni cinque anni e si presuppone che debbano seguire una traiettoria sempre più ambiziosa per limitare il cambiamento climatico. L'attuazione degli Ndc attuali porterebbe a una riduzione delle emissioni del 19-24% al di sotto del livello del 2019 entro il 2035. Tuttavia per limitare il riscaldamento a 1,5 °C, le emissioni dovrebbero essere ridotte del 60% entro il 2035 (rispetto al 2019), ben al di sotto di quanto è emerso dagli ultimi report.

Bush nel 1992 - Foto Getty Images/Daniel Garcia
Bush nel 1992 - Foto Getty Images/Daniel Garcia

Se da un lato la costante rendicontazione ed attuazione degli Ndc sottolineano una costante attività, dall’altro la discrepanza tra l’aspettativa ed il dato reale conferma che la traiettoria attuale è insufficiente per mantenere l'obiettivo di 1,5 °C «a portata di mano» (within reach), come riconosciuto più volte nella Mutirão Decision. Dovendo tirare le somme quindi si può dire che in effetti la Cop30 abbia mostrato un forte rallentamento ma che, fortunatamente, stia continuando ad operare. Dobbiamo tuttavia riprendere l’intervento di Bush a Rio del 1992 e chiederci: «Quando i nostri figli ripenseranno a questo tempo e a questo luogo, saranno grati del nostro incontro? Saranno soddisfatti delle intenzioni dichiarate e degli impegni presi?»

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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