Se lo stipendio aumenta quanto i prezzi, sembra che il nostro potere d’acquisto resti intatto. In realtà non è così. In questo caso, per effetto del «drenaggio fiscale» (in inglese «fiscal drag»), si riduce la nostra capacità di spesa: in altre parole, a causa dell’inflazione gli aumenti salariali possono far salire l’aliquota media d’imposta e di conseguenza anche la quota di reddito versata all’Erario.
Facciamo un esempio. Supponiamo che l’Irpef sia del 20% sui redditi fino a 20.000 euro e del 40% sulla parte che supera questa soglia. Nel 2019 Maria guadagnava 20.000 euro: pagava 4.000 euro di imposta e ne conservava 16.000, con cui acquistava i beni, alimentari e non, di cui aveva bisogno. Nei cinque anni successivi i prezzi sono cresciuti del 15%: per effettuare gli stessi acquisti ora a Maria servono 18.400 euro. Per fortuna, anche il suo stipendio è aumentato del 15%, a 23.000 euro. Sembrerebbe tutto compensato, ma i 3.000 euro in più in busta paga sono tassati al 40% e Maria ora versa 5.200 euro, 1.200 in più rispetto al 2019. Le restano quindi a disposizione 17.800 euro, 600 euro meno di cinque anni prima. Com’è possibile? Semplice, la sua aliquota media è passata dal 20% (4.000 euro su 20.000) al 22,6% (5.200 euro su 23.000).
Lo scenario
Come confermano i dati del Dipartimento delle Finanze, è quanto è accaduto anche nel Bresciano: dal 2019 al 2024, l’aliquota media dell’Irpef è aumentata e l’Erario, insieme a chi governa, ne ha beneficiato. L’inflazione ha generato un’imposta silenziosa che nessun Parlamento ha votato. Intanto la pressione fiscale è aumentata: nel secondo trimestre del 2026 ha raggiunto il 43,5% del Pil, mezzo punto più di un anno prima (fonte Istat). Tra il 2019 e il 2024, nella provincia di Brescia l’Irpef è cresciuta del 21,1%, oltre 800 milioni di euro in più, mentre l’occupazione è rimasta quasi ferma (+0,4%). A fronte di un’inflazione del 15,4%, i redditi nominali sono migliorati del 17,6%. La progressività del Fisco, però, ha eroso il nostro potere d’acquisto: l’imposta media pro capite è aumentata in media del 10,3%, da 5.299 a 5.845 euro.
L’impatto sul territorio è stato eterogeneo: i due estremi raccontano economie opposte. Padenghe registra l’Irpef media più alta, 11.650 euro, complice l’elevata ricchezza residenziale e imprenditoriale. All’altro estremo vi è Tremosine, con 3.524 euro: pur essendo una perla turistica, sconta un’economia frammentata, legata alla stagionalità e all’agricoltura di montagna, e una popolazione con redditi imponibili bassi. Brescia, il capoluogo, si colloca nel mezzo.
In Europa
Una postilla. A settembre i prezzi hanno ripreso a correre: l’inflazione ha superato il 4%. Eppure il Documento programmatico di finanza pubblica non menziona alcun adeguamento per contrastare l’aumento della pressione fiscale. I dati ufficiali prevedono che resti al 43% anche nel 2027. Al governo resta a questo punto da giocare solo la carta europea: sollecitando la presidente Ursula von der Leyen, la premier Giorgia Meloni cerca affannosamente l’avallo della Commissione Ue per spendere di più a debito. Se l’operazione riuscisse avremo un ristoro temporaneo, ma il debito pubblico italiano continuerebbe a crescere, a danno delle generazioni future. Nelle due «specialità olimpiche» della pressione fiscale e del debito pubblico, l’esecutivo potrà così fregiarsi di ben due medaglie d’oro.



