Economia

Fiscal drag, quell’imposta silenziosa generata dall’inflazione

Crescono stipendi e prezzi, ma si riduce la nostra capacità di spesa. L’analisi di Paolo Panteghini, docente di Scienza delle finanze all’Università degli Studi di Brescia
Paolo Panteghini
Per effetto del "drenaggio fiscale" si riduce la nostra capacità di spesa
Per effetto del "drenaggio fiscale" si riduce la nostra capacità di spesa

Se lo stipendio aumenta quanto i prezzi, sembra che il nostro potere d’acquisto resti intatto. In realtà non è così. In questo caso, per effetto del «drenaggio fiscale» (in inglese «fiscal drag»), si riduce la nostra capacità di spesa: in altre parole, a causa dell’inflazione gli aumenti salariali possono far salire l’aliquota media d’imposta e di conseguenza anche la quota di reddito versata all’Erario.

Facciamo un esempio. Supponiamo che l’Irpef sia del 20% sui redditi fino a 20.000 euro e del 40% sulla parte che supera questa soglia. Nel 2019 Maria guadagnava 20.000 euro: pagava 4.000 euro di imposta e ne conservava 16.000, con cui acquistava i beni, alimentari e non, di cui aveva bisogno. Nei cinque anni successivi i prezzi sono cresciuti del 15%: per effettuare gli stessi acquisti ora a Maria servono 18.400 euro. Per fortuna, anche il suo stipendio è aumentato del 15%, a 23.000 euro. Sembrerebbe tutto compensato, ma i 3.000 euro in più in busta paga sono tassati al 40% e Maria ora versa 5.200 euro, 1.200 in più rispetto al 2019. Le restano quindi a disposizione 17.800 euro, 600 euro meno di cinque anni prima. Com’è possibile? Semplice, la sua aliquota media è passata dal 20% (4.000 euro su 20.000) al 22,6% (5.200 euro su 23.000).

Lo scenario

Come confermano i dati del Dipartimento delle Finanze, è quanto è accaduto anche nel Bresciano: dal 2019 al 2024, l’aliquota media dell’Irpef è aumentata e l’Erario, insieme a chi governa, ne ha beneficiato. L’inflazione ha generato un’imposta silenziosa che nessun Parlamento ha votato. Intanto la pressione fiscale è aumentata: nel secondo trimestre del 2026 ha raggiunto il 43,5% del Pil, mezzo punto più di un anno prima (fonte Istat). Tra il 2019 e il 2024, nella provincia di Brescia l’Irpef è cresciuta del 21,1%, oltre 800 milioni di euro in più, mentre l’occupazione è rimasta quasi ferma (+0,4%). A fronte di un’inflazione del 15,4%, i redditi nominali sono migliorati del 17,6%. La progressività del Fisco, però, ha eroso il nostro potere d’acquisto: l’imposta media pro capite è aumentata in media del 10,3%, da 5.299 a 5.845 euro.

L’impatto sul territorio è stato eterogeneo: i due estremi raccontano economie opposte. Padenghe registra l’Irpef media più alta, 11.650 euro, complice l’elevata ricchezza residenziale e imprenditoriale. All’altro estremo vi è Tremosine, con 3.524 euro: pur essendo una perla turistica, sconta un’economia frammentata, legata alla stagionalità e all’agricoltura di montagna, e una popolazione con redditi imponibili bassi. Brescia, il capoluogo, si colloca nel mezzo.

In Europa

Una postilla. A settembre i prezzi hanno ripreso a correre: l’inflazione ha superato il 4%. Eppure il Documento programmatico di finanza pubblica non menziona alcun adeguamento per contrastare l’aumento della pressione fiscale. I dati ufficiali prevedono che resti al 43% anche nel 2027. Al governo resta a questo punto da giocare solo la carta europea: sollecitando la presidente Ursula von der Leyen, la premier Giorgia Meloni cerca affannosamente l’avallo della Commissione Ue per spendere di più a debito. Se l’operazione riuscisse avremo un ristoro temporaneo, ma il debito pubblico italiano continuerebbe a crescere, a danno delle generazioni future. Nelle due «specialità olimpiche» della pressione fiscale e del debito pubblico, l’esecutivo potrà così fregiarsi di ben due medaglie d’oro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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