Economia

L’economia sociale a Brescia vale più di 5 miliardi di euro

Associazioni, cooperative, fondazioni e società di mutuo soccorso pesano tra l’8% e il 9% del Pil
Stefano Boffini
L'economia sociale rappresenta un segmento rilevante del mercato
L'economia sociale rappresenta un segmento rilevante del mercato

Non sempre è chiaro cosa sia davvero l’economia sociale e quale peso abbia nel sistema economico italiano. Eppure, soprattutto a Brescia  da sempre laboratorio di innovazione sociale e modello di buone pratiche riconosciuto a livello nazionale ed europeo – questo comparto rappresenta una componente essenziale del tessuto produttivo. Troppo spesso lo si associa a un universo di organizzazioni animate da nobili ideali, una sorta di armata brancaleone, incapaci di offrire risposte strutturali, sostenibili e durature ai bisogni della collettività. Una visione riduttiva, e lontana dalla realtà.

I numeri

L’economia sociale è, a tutti gli effetti, un segmento rilevante del mercato. Secondo le stime, il suo contributo diretto e indiretto equivale all’8-9% del Pil italiano. Per avere un termine di paragone, l’industria della moda genera circa il 5% del Pil, il turismo il 10,8%, le costruzioni il 10%, mentre agricoltura e agroalimentare insieme raggiungono il 15%. Le 398.000 organizzazioni attive in Italia impiegano 1,5 milioni di lavoratori e coinvolgono 4,66 milioni di volontari. Non esiste ancora una rilevazione completa su scala provinciale, ma trasponendo i dati nazionali si può stimare che l’economia sociale bresciana produca un valore vicino ai 5 miliardi di euro.

Si tratta di un valore che potrebbe essere anche in difetto, perché nel Bresciano questo fenomeno storicamente sovraperforma ed è molto più radicato rispetto alla media italiana. Basti pensare che a Brescia la sola cooperazione appartenente a Confcooperative, parte importante ma non totalitaria dell’economia sociale, produce il 5% del nostro Pil, con 3,4 miliardi di fatturato, 460 organizzazioni, 25.000 dipendenti 146.000 soci.

Economia e valori

I numeri dimostrano che si tratta di un fenomeno economico tutt’altro che marginale, perché è in grado di incidere sulla qualità della vita delle persone, di rispondere a bisogni primari, di produrre coesione sociale, redistribuire ricchezza e possibilità per tutti, in particolare nelle aree periferiche, operando dentro una società che tende a concentrare in modo vorticoso e a distruggere i legami interpersonali che alimentano il capitale sociale di una comunità.

I soggetti

Quando parliamo di economia sociale intendiamo indifferentemente di non profit o terzo settore, con definizioni spesso di tipo residuale. Il concetto di economia sociale ha matrice europea: riguarda 4,3 milioni di organizzazioni che sviluppano 912 miliardi di fatturato, impiegando 11,5 milioni di persone e generando il 6% del Pil dell’Unione.

A prescindere dalla forma giuridica adottata, si tratta di imprese ed enti giuridici che perseguono obiettivi di interesse generale e una funzione sociale nella comunità in cui operano, non la massimizzazione del profitto. Reinvestono la maggior parte degli utili per finalità di sviluppo sostenibile o a beneficio di soci e utenti, alimentando la costruzione di un patrimonio di natura intergenerazionale e non distribuibile, e si connotano per una governance di tipo democratico.

Il sostegno all’economia sociale è uno degli assi prioritari di attenzione per il futuro a livello di Unione Europea che ha adottato un piano di azione, invitando gli Stati a dotarsi di uno proprio, nel quale definire precondizioni, incentivi, azioni attraverso le quali possa crescere e prosperare. Il piano di azione italiano, dopo mesi preliminari e la consultazione dei vari soggetti, è in gestazione e presto vedrà la luce.

La realtà italiana

Nella definizione di economia sociale rientrano quattro grandi famiglie: associazioni, cooperative (con al loro interno le cooperative sociali), fondazioni e società di mutuo soccorso. Dal punto di vista numerico, le associazioni fanno la parte del leone, rappresentando il 77% delle organizzazioni totali, concentrate soprattutto nei settori culturale, ricreativo, sportivo e formativo.

Il baricentro economico e occupazionale si sposta però altrove: il 71% dei lavoratori è infatti impiegato nell’assistenza sociale, nella sanità, nei progetti di coesione e nell’inserimento lavorativo di persone fragili. Si tratta spesso di realtà di grandi dimensioni, con assetti manageriali e organizzativi che non hanno nulla da invidiare alle società profit.

D'altronde, coniugare l'impatto sociale con la sostenibilità economica richiede una marcia in più. Significa essere imprenditorialmente più efficaci, perché l'equazione della sostenibilità va risolta a monte, nel momento stesso in cui si genera valore, e non a valle, quando lo si distribuisce.

Il credito cooperativo

Il simbolo delle banche di credito cooperativo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il simbolo delle banche di credito cooperativo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le Bcc sono soggetti a pieno titolo dell’economia sociale. L’articolo 2 dello statuto delle banche di credito cooperativo definisce come obiettivo dell’attività di intermediazione creditizia la crescita morale e materiale dei soci e degli appartenenti alla comunità locale, nonché il bene comune, la crescita sostenibile e la coesione sociale dei territori.

L’assenza di scopo di lucro, la sostanziale non distribuzione degli utili che alimentano un patrimonio con valenza intergenerazionale, oltre ad una governance di tipo democratico basata sull’assunto un socio/un voto, hanno fatto entrare le bcc nella strategia nazionale dell’economia sociale, riconosciute a pieno titolo come soggetti attivi.

Tutti i principali gruppi bancari italiani (Intesa, Unicredit, Bper, Bpm) hanno compreso la crescente rilevanza strategica dell’economia sociale e hanno costituito presidi dedicati, con prodotti bancari, iniziative, strumentazione, rating specifico e risorse dedicate a questo mondo. È il momento anche per il credito cooperativo, a livello di capogruppo e di singole Bcc, di strutturarsi con soluzioni organizzative stabili e originali che lo posizionino come partner privilegiato dell’economia sociale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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