Il volontariato, la riforma e quell’inspiegabile burocrazia

La tanto attesa circolare dell’Agenzia delle entrate, appena postata online, forse giunge a sciogliere qualche nodo dell’intricata matassa. Ma resta intatta la questione di fondo: perché tanta burocrazia sulle spalle del volontariato? Il Terzo settore è alle prese con il più importante dei passaggi messi in campo dalla riforma, quello fiscale. Dagli inizi di quest’anno cambiano radicalmente i parametri: ogni singolo ente dovrà distinguersi per la sua ragione d’essere: commerciale o non commerciale?
Messa così, la questione, non è complessa: commerciale è chi ricava oltre metà dei suoi introiti con operazioni commerciali, altrimenti non lo è. La parte commerciale è tassata, quella non commerciale è agevolata. Quasi mai, però, è così facile tracciare una linea di divisione. Anche il celebre rasoio di Occam (la spiegazione più semplice è quasi sempre la preferibile, diceva il filosofo francescano) avrebbe qualche difficoltà a fare tagli netti. E dire che la riforma aveva tra gli obiettivi principali la semplificazione.
Sono dieci anni che si sta lavorando per dare ordine alla complessa e variegata galassia del «non profit», per inquadrare in un solo schema fondazioni e cooperative sociali, associazioni del volontariato e enti del tempo libero. Un mondo che nel nostro Paese ha storie, vicende e parabole di varietà impressionante.
Secondo i dati Istat più recenti, si tratta di oltre 360mila istituzioni che raggruppano oltre quattro milioni e seicentomila volontari, dopo un calo di quasi un milione di persone seguito alla clausura del Covid. Realtà diverse per molte ragioni. Per distribuzione geografica: 179mila al Nord, 79.500 al Centro-Sud e nelle isole.
Per settori di impegno: più di 120mila nello sport, 43mila per attività ricreative e tempo libero; 41mila per la cultura; 26mila per l’assistenza sociale. Per struttura: 306 mila sono associazioni, pari all’85%, mentre solo il 4,1% sono cooperative, però queste ultime gestiscono la maggior parte della forza occupata; oltre trentamila hanno altre forme giuridiche; le fondazioni sono 8.497.
Il decreto legislativo del luglio 2017 aveva l’ambizioso obiettivo di riunire in un sol quadro tutto questo universo, in base alla legge delega del 2016, per giungere a due passaggi nevralgici: il Codice del Terzo settore e il Runts, ovvero il registro unico nazionale del Terzo settore.
Il Codice definisce cosa sono gli Ets, cioè gli Enti del terzo settore, imponendo ad essi obblighi di bilancio e trasparenza, regole su volontari e personale, e le attività di interesse generale. Gli Ets sono a loro volta suddivisi in Odv (Organizzazioni di volontariato), Aps (Associazioni di promozione sociale), Enti filantropici, Imprese sociali e Reti associative. Tra il 2021 e il 2024 è diventato operativo anche il Runts, che attualmente (al 20 febbraio) ha 139.855 enti iscritti, più 18.365 in attesa di provvedimento, mentre 15.999 sono gli enti cancellati.
Già questi dati dovrebbero suggerire una domanda: perché nel Runts si sono iscritti molto meno della metà degli enti, 160mila contro 200mila? Molte e diverse le ragioni, ma probabilmente, alla fine, quasi tutte riconducibili ad un minimo comun denominatore: entrare nel registro significa accollarsi oneri e impegni che molti sodalizi non sono in grado di affrontare, soprattutto i più piccoli per dimensioni e risorse.
La riforma non è stata improvvisata o superficiale nel suo approccio. È iniziata dieci anni fa, dopo un lungo periodo che ne aveva fatto emergere la necessità. Si sono moltiplicati all’infinito i convegni, i tavoli locali e nazionali, le consultazioni di settore ed è nato persino un laborioso e fruttuoso Cantiere del Terzo settore. La riforma parte da un concetto prezioso: gli enti del volontariato sono produttori di valore e di interesse generale. Ma forse proprio tutte queste buone intenzioni stanno producendo effetti distorcenti.
Esemplare è la vicenda dei bandi, metodi di assegnazione dei fondi che avevano come fine la trasparenza, la tracciabilità delle risorse, la pubblicità delle decisioni, l’efficacia degli interventi, e che nel frattempo si sono trasformati in una sorta di applicazione standardizzata e automatica dei meccanismi. Per gli enti più strutturati una pratica ripetuta con uffici dedicati, per le realtà minori, forse più bisognose di sostegno, una pratica impervia per via della sproporzione dei carichi amministrativi e tecnici rispetto alle dimensioni dell'ente.
Per dirla con Paolo Venturi, direttore dell’Aiccon, il Centro studi dell'Università di Bologna punto di riferimento nazionale per l’Economia sociale e il Terzo settore: «Paradosso evidente: gli strumenti pensati per valorizzare il cambiamento finiscono per assorbirne le energie». La riforma anti-burocrazia sta alimentando nuova burocrazia. Il tentativo di porre tutto sotto controllo sta mettendo in crisi la spontanea generosità che è all’origine ed ha fatto crescere il volontariato.
L’idea di imporre a tutti l’adesione ad un unico sistema – con la scomparsa delle Onlus e l’obbligo all'iscrizione al Runts – si sta traducendo in un peso burocratico insopportabile per gli enti più piccoli, che talvolta sono i più vivaci e originali. Il rischio, infine, è che il meglio sia nemico del bene, come avrebbe detto la saggezza dei nostri nonni.
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