Secondo i dati raccolti dall’Associazione nazionale società emettitrici di buoni pasto (Anseb), oggi in Italia sono circa 3,5 milioni i lavoratori che utilizzano i ticket per mangiare fuori dal posto di lavoro durante la pausa pranzo. In percentuale, rappresentano circa il 40% di tutti i lavoratori che, all’ora di pranzo, non tornano a casa per mangiare né si fermano a farlo in mensa o in uno spazio ristoro in ufficio. Ma la possibilità di utilizzo dei buoni pasto non si limita ai pasti: possono infatti essere utilizzati anche per acquistare generi alimentari negli esercizi commerciali – negozi e supermercati – convenzionati.
Per ragioni fiscali, i buoni pasto sono apprezzati sia dai datori di lavoro che dai dipendenti: dai primi perché sono deducibili dal reddito di impresa al 100%, dai secondi perché non contribuiscono ad ad alzare il loro reddito imponibile. E con la Manovra 2026 la soglia esentasse dei buoni pasti elettronici è stata aumentata, passando da 8 a 10 euro. Ma cosa cambia per imprese e lavoratori?
Come funzionano
I buoni pasto sono un servizio sostituivo della mensa che le aziende possono erogare ai propri dipendenti. Possono essere cartacei, sotto forma di «carnet», oppure elettronici: in quest’ultimo caso viene data al lavoratore una carta di pagamento, spesso associata a un’app attraverso cui pure è possibile pagare il pasto.
I buoni vengono messi sul mercato da società emettitrici, che vendono i ticket ai datori di lavoro e hanno ciascuna una rete di esercizi convenzionati che accettano i buoni da loro prodotti (di solito i locali espongono i loghi delle società di cui accettano i ticket, ma anche dal sito o dall’app degli emittenti è quasi sempre possibile verificare quali sono gli esercizi convenzionati).
Dove si possono utilizzare
Il valore del singolo buono varia a seconda delle esigenze di chi li acquista: e, come detto, può essere utilizzato non solo per mangiare in pausa pranzo (e quindi in ristoranti, pizzerie, bar, trattorie, take-away, fast food e gastronomie), ma anche per fare la spesa. Basta che li si utilizzi per acquistare generi alimentari: non è possibile quindi pagare con i buoni altri tipi di prodotti né bevande alcoliche.

I buoni pasto sono anche cumulabili: se ne possono utilizzare più di uno per lo stesso pagamento, ma con dei limiti diversi a seconda che siano cartacei o elettronici. Per i ticket di carta non si possono cumulare più di otto buoni pasto, mentre per quelli elettronici il limite dipende dalle condizioni dell’emittente e dei locali convenzionati in cui li si utilizza.
La nuova esenzione
I buoni pasto non sono cedibili né convertibili in denaro, ma garantiscono, entro una certa soglia, di usufruire di un’esenzione fiscale: ciò significa che fino a un certo importo stabilito per legge il valore del ticket è esente da oneri contributivi e previdenziali per il datore di lavoro e da trattenute fiscali per il lavoratore.
La soglia esentasse dei buoni pasto è stata modificata dall’ultima legge di Bilancio: il limite per i buoni in formato cartaceo è stato confermato a 4 euro, mentre quello per i ticket elettronici è stato aumentato da 8 a 10 euro giornalieri. Questo significa, per fare un esempio, che se si possiedono buoni pasto che valgono 11,50 euro al giorno, soltanto 1,50 euro saranno presi in considerazione nel calcolo dei redditi da lavoro.
I buoni pasto in numeri
Oggi, sempre secondo i dati di Anseb, le aziende che erogano buoni pasto ai propri dipendenti sono circa 170mila, delle quali 100mila sono aziende e pubbliche amministrazioni. Dei 3,5 milioni di lavoratori che utilizzano i buoni, 2,8 milioni sono dipendenti nel settore privato e 700mila in quello pubblico. Nel complesso, nel nostro Paese il volume d’affari dei buoni pasto è stimato attorno ai 4 miliardi di euro l’anno.




