Dal 30 giugno sarà possibile versare il primo acconto dell’Irpef 2026, così come il saldo relativo al 2025. Alcune tipologie di partite Iva hanno però tempo fino al 20 luglio, secondo quanto previsto dal decreto carburanti approvato dal Consiglio dei ministri il 22 maggio. Ma come funziona, nel dettaglio, il calcolo dell’imposta?
L'acconto
Cominciamo dalle scadenze. L’Irpef si paga versando un acconto, che può essere di un’unica rata o di due, più un saldo: ogni anno il contribuente paga quindi un saldo che è relativo ai 12 mesi precedenti e un acconto che invece riguarda l’anno in corso. Cosa determina il pagamento dell’acconto in un’unica rata o in due? Se l’acconto è inferiore a 257,52 euro, si dovrà versare un unico acconto entro il 30 novembre.
L’acconto va invece versato in due rate se l’importo è uguale o superiore a 257,52 euro: la prima rata, corrispondente al 40%, va pagata entro il 30 giugno – manca quindi poco meno di un mese al versamento –, insieme al saldo dell’anno scorso, mentre la seconda deve essere pagata entro il 30 novembre. Si può anche pagare acconto e saldo entro 30 giorni dalla scadenza del 30 giugno, con una maggiorazione dello 0,4%.
Per quest’anno c’è una novità che coinvolge le partite Iva. Il Consiglio dei ministri del 22 maggio ha prorogato al 20 luglio la scadenza per pagare saldo e primo acconto – senza maggiorazioni – per i contribuenti in regime forfettario e per coloro che sono soggetti agli indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa). Sarà possibile effettuare il pagamento anche entro i 30 giorni successivi (quindi entro il 19 agosto), ma in questo caso con una maggiorazione dello 0,8%.
Le imposte non vanno versate autonomamente dai contribuenti che presentano il modello 730 e hanno un sostituto d’imposta, che sia il datore di lavoro o l’ente pensionistico.
Gli scaglioni e le aliquote
Sul piano pratico, però, come viene calcolata la cifra che si deve versare? Alla base c’è un meccanismo che funziona per scaglioni di reddito a cui vengono applicate delle aliquote corrispondenti. Dal 2024 le aliquote Irpef sono passate da quattro a tre:
- del 23% per i redditi imponibili fino a 28mila euro
- del 35% per i redditi compresi tra i 28mila e i 50mila euro
- del 43% per i redditi che superano i 50mila euro
La seconda aliquota del 35%, però, è stata abbassata a 33% dalla Legge di Bilancio 2026 (non vale quindi per i passati anni d’imposta). Questo è il meccanismo di base. Per capire come si forma però l’importo finale da versare, tuttavia, occorre precisare meglio il funzionamento del sistema a scaglioni: «Non bisogna fare l'errore di pensare che siano delle soglie – spiega il direttore del Caf Acli di Brescia, Michele Dell’Aglio –. Per esempio, non si deve pensare che se si supera la “soglia” di reddito del primo scaglione, si paghi il 35%».
Il meccanismo funziona invece in modo progressivo. Facciamo un esempio: «Prendiamo il caso di una persona che guadagna 27.500 euro l’anno e che il prossimo anno potrebbe ricevere un aumento: potrebbe pensare che non gli convenga perché in questo modo passerebbe dall’aliquota del 23% a quella del 35%. In realtà, però, non funziona così, perché le aliquote funzionano a scaglioni progressivi. Significa che se ho un reddito di 35.000 euro, sui primi 28mila euro pago il 23%, mentre sui successivi 7mila, cioè da 28mila a 35mila euro del mio reddito, pago il 35%, che è la seconda aliquota».
Il calcolo
Quella che si ottiene a questo punto è l’imposta lorda, dopo aver sottratto anche gli eventuali oneri deducibili. Dall’imposta lorda infine, si tolgono poi le detrazioni fiscali: per le spese sanitarie, per le spese sostenute per l’istruzione o per i familiari a carico, ad esempio. Qui avevamo fatto il punto sui costi scaricabili. Il risultato, al netto delle detrazioni, è l’imposta da versare.



