Automotive, neutralità tecnologica o declino: il futuro si gioca ora

In molti casi si cercano di giustificare risultati o situazioni poco soddisfacenti tirando in ballo l’incertezza, come se questa fosse una condizione estranea alla vita delle persone e delle imprese. Tuttavia, nel settore automotive, si tratta di una situazione oggettiva dove certezze non desiderate si scontrano con auspici oggetto di ampie discussioni, molte volte tra sordi.
Il settore deve quindi muoversi su due fronti: da una parte, innalzando i livelli di competitività per affrontare i Paesi soprattutto asiatici, che progressivamente stanno penetrando sul mercato europeo con modelli elettrici molto competitivi; dall’altra, cercando alternative per la componentistica italiana. Da uno studio (fonte Cciaa Torino; Anfia) la filiera è fortemente orientata alla componentistica destinata a qualsiasi tipologia di veicolo, indipendentemente dall’alimentazione (77,1%). È rilevante (38,2%) la quota di chi continua a presidiare la filiera dei motori a combustione interna. Il 18,5% è impegnato nella produzione di componenti per veicoli elettrici e di infrastrutture di ricarica, mentre più contenute risultano le attività legate ai sistemi alternativi di alimentazione.
Ampliando l’orizzonte, di rilievo è l’incisiva richiesta verso l’Europa di (ri)definire un percorso verso la sostenibilità che permetta anche il raggiungimento di un equilibrio economico del mondo produttivo. Seppur fondamentale, questo non è però sufficiente: le imprese devono comunque cercare alternative perché il concetto stesso di mobilità sta subendo profonde modificazioni, alcune delle quali irreversibili.

Una transizione confusa
Del tema sostenibilità v/economicità se ne parla ormai da tempo: il percorso europeo che porta al 2035 oggi non è più praticabile ed è quindi necessaria una fase di revisione, pur salvaguardando l’obiettivo climatico iniziale. Il problema, quindi, non è mettere in discussione la necessità di ridurre le emissioni ma il modo in cui farlo, che non metta in ginocchio la filiera dell’automotive, la sua competitività e la sopravvivenza dei fornitori europei di componentistica che, rispetto ai concorrenti globali, già subiscono uno svantaggio di costo non trascurabile.
Dopo mesi di confronti, recentemente l’UE ha aperto qualche spiraglio verso una potenziale revisione delle misure, anticipando l’esame del regolamento relativo alle emissioni delle automobili. Il concetto chiave più ricorrente è la neutralità tecnologica, una risposta logica a un problema complesso, che permetterebbe di avere non solo auto elettriche ma anche altre tipologie alimentate da biocarburanti (carburanti a basso impatto) o dotate di motori ibridi plug-in oppure auto con range extender. Si tratta, ormai, di questioni ben note, sulle quali sarebbe però necessaria una posizione definitiva.
Un 2024 difficile
Il 2024 è stato un anno veramente difficile per l’industria dell’auto, con riflessi molto pesanti sulla componentistica europea, di cui quella italiana è parte fondamentale.
Le aziende bresciane esaminate appartengono a più ambiti di attività ma sono accumunate per la rilevanza o esclusività della loro attività nell’ambito automotive. Nel 2024, hanno raggiunto un fatturato totale di 3,4 miliardi di euro, in calo del 10,4% rispetto al 2023: l’incremento dello scorso anno è stato completamente riassorbito, rilevando il dato minore del triennio. La quasi totalità delle imprese ha registrato una contrazione del fatturato, in soli due casi vi è stato un leggero progresso. Le aziende presentano una struttura dei costi generalmente rigida, cosicché la contrazione dell’attività porta a un ridimensionamento dei risultati reddituali. Così è stato nel 2024, con l’unica eccezione del valore aggiunto, che aumenta la sua incidenza di un punto percentuale, superando il 29%.
L’Ebitda, che rappresenta il margine operativo lordo, ha invece peggiorato il suo valore sia assoluto sia relativo, che si avvicina al 10% (11,2% nel 2023), a causa del maggiore peso del costo del lavoro, che dal 17,3% passa al 19,1% del fatturato. L’altro costo strutturale, gli ammortamenti, hanno un impatto stabile, di poco superiore al 6% delle vendite. L’effetto complessivo è stato il contenimento della redditività degli investimenti (Roi), passata dal 5,6% al 4,7%: si tratta di una variazione contenuta ma che porta l’indice su valori particolarmente bassi.
Ad agire sul Roi sono le sue due determinanti, entrambe in leggero peggioramento: da una parte il Ros, cioè la marginalità sulle vendite, che dal 5,3% arriva al 4,8%; dall’altra la rotazione del capitale investito, che scende appena sotto l’unità, proprio a causa della riduzione del fatturato.
Anche la redditività per i soci (Roe) non fa eccezione a questo percorso peggiorativo, passando dall’8,3% al 5,7%: due aziende hanno chiuso in perdita e ben dieci hanno registrato una riduzione dell’indicatore.
Comunque solidi

Si tratta, però, di un gruppo di imprese abbastanza solide perché, in un anno difficile, hanno comunque ridotto il rapporto di indebitamento, un indice importante, portandolo su valori adeguati, poco superiori all’unità. La solidità è confermata anche dagli indici di autocopertura, che sono positivi e stabili, indicando che le risorse dei soci coprono completamente gli investimenti fissi. Un peggioramento si ha, invece, nella sostenibilità del debito, dove gli oneri finanziari sono pari al 12,5% dell’Ebitda, tre punti percentuali in più dello scorso anno, malgrado un costo del denaro relativamente stabile.
Se i dati del 2024 evidenziano la fase critica della filiera, anche le attese per il 2025 delineano un quadro fortemente segnato dal pessimismo (fonte Cciaa Torino; Anfia): le imprese italiane si mostrano fortemente preoccupate, con prospettive peggiori rispetto a quelle dello scorso anno. Solo il 20% prevede un aumento del fatturato, mentre il 63% stima una riduzione. Le difficoltà maggiori riguardano gli ordinativi interni, previsti in calo nel 60% dei casi e le vendite sui mercati esteri, in riduzione per il 55% degli operatori. Sul fronte occupazionale, il saldo tra dichiarazioni di aumento e riduzione è negativo per il 39%. Anche per gli investimenti fissi lordi, il saldo tra previsioni di crescita e di riduzione risulta marcatamente negativo, con un -27%.
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