Economia

L’economista Tosini: «Area a caldo dell’ex Ilva di Taranto destinata a morire»

Per l’esperto del Centro studi di Siderweb è molto probabile che i potenziali nuovi investitori puntino sulla sinergia tra il laminatoio pugliese con quelli di Novi Ligure e Genova
Gianfranco Tosini, economista del Centro studi di Siderweb
Gianfranco Tosini, economista del Centro studi di Siderweb

«Di fronte a questo nuovo scenario, temo che l’area a caldo dell’ex Ilva sia destinata a morire. A Taranto, probabilmente, proseguirà solo l’attività di laminazione in sinergia con gli stabilimenti situati a Novi Ligure e Genova. Così facendo, però, il problema occupazionale si aggrava in quanto per l’attività di laminazione servono molti meno lavoratori di quelli oggi ancora in forza ad Acciaierie d’Italia. Che ne sarà di quelli impiegati nell’area a caldo della produzione di acciaio?». Gianfranco Tosini lavora per il Centro studi di Siderweb e di recente ha pubblicato (sempre per conto del portale) lo studio dedicato a «Industria & Acciaio», delineando un quadro aggiornato del comparto al 2050. Un rapporto da cui emerge, peraltro, che il futuro della siderurgia italiana ed europea sarà fortemente vincolato alla capacità delle imprese di investire nella decarbonizzazione dei processi, in innovazione e qualità dei prodotti.

In quest’ottica potremmo interpretare anche il recente interesse sorto nei confronti dell’ex Ilva?

Le faccio una premessa: oggi l’ex Ilva non produce acciaio a sufficienza per sostenere la sua struttura aziendale. In altre parole, oggi l’ex Ilva produce all’incirca 2 milioni di tonnellate, molto al di sotto della capacità produttiva disponibile a causa dei vincoli ambientali che non consentono di aumentare la produzione oltre questa soglia. L’azienda, quindi, opera in un contesto di diseconomie di scala che producono perdite consistenti che hanno ormai azzerato il patrimonio netto della società. L’indisponibilità di risorse interne è un altro motivo per cui la produzione non può aumentare, in quanto senza cassa non si possono comprare neanche le materie prime e pagare i fornitori, tanto meno fare gli investimenti necessari per eliminare gli ostacoli alla produzione di volumi maggiori e ridurre le emissioni di carbonio per adeguare gli impianti alle normative europee sull’ambiente.

Perché fin qui nessuno ha acquistato l’ex Ilva?

Perché, come le spiegavo sopra, per entrare nell’ex Ilva sei obbligato a bonificare l’area, ad aumentare il capitale sociale e immettere nuova liquidità. In altre parole, stiamo parlando di un investimento intorno ai 5 miliardi di euro e personalmente credo che nessuno operatore siderurgico al mondo abbia l’interesse e la convenienza a sostenere un’operazione di questo tipo. Soprattutto in un contesto pieno di incognite per la sopravvivenza dell’area a caldo e in un territorio compromesso dal punto di vista ambientale come quello di Taranto.

Nel frattempo, tuttavia, il governo cerca un partner industriale da affiancare ad Acciaierie d’Italia, di fatto in mano pubblica attraverso Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo.

Fin qui si sono fatti avanti tre operatori. In primis l’americano Michael Flacks con un piano industriale da 5 miliardi di euro, sollecitando al governo un prestito ponte di circa 500 milioni per gestire la fase iniziale del rilancio dell’ex Ilva (offerta bocciata dai commissari straordinari, ndr). Nelle scorse settimane è arrivata la proposta del gruppo indiano Jindal che punta inizialmente a far funzionare i laminatoi di Taranto, Novi Ligure e Genova fornendo le bramme d’acciaio prodotte nei propri siti in Oman. Infine, è giuntol’interesse della cordata italiana….

Di cui ancora non si conosce il progetto industriale, se non il «disinteressamento» appunto per l’area a caldo del sito di Taranto

Anche in questo caso pare che anche gli operatori siderurgici italiani, tra cui anche alcuni nomi noti bresciani, puntino al rilancio dei laminatoi dell’ex Ilva. A differenza di Jindal, però, i nostri produttori di acciaio, ad esclusione di Arvedi, non realizzano prodotti “piani” e quindi non hanno le bramme, indispensabili per far funzionare i laminatoi. Di conseguenza, la materia prima (le bramme, appunto) per produrre i coils e le lamiere dovrebbe essere acquistata all’estero da parte della cordata italiana. Ma in questo modo, siamo sicuri che non sia più convenite cedere Acciaierie d’Italia a Jindal, che produce le bramme in Oman con emissioni molto basse, in linea con i parametri europei?.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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