Economia

Dal mais alla soia: l’agricoltura bresciana raccoglie 2 miliardi l’anno

Valerio Pozzi
Pur con il calo fisiologico delle aziende, il comparto resta uno dei volani economici e di sviluppo più preziosi. Cerealicoltura, foraggere e zootecnia intensiva rappresentano la «triade» vincente
Mezzi agricoli in azione
Mezzi agricoli in azione
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In un mondo che cambia vorticosamente in agricoltura c’è un «modello Brescia» che non rimane indietro. Tutt’altro. Si adegua, si rinnova, rimane competitivo e detta legge attraverso sempre più attenzione a sostenibilità e vincoli ambientali. Zootecnia e pianura irrigua restano i cardini cruciali, ma con più pressione da clima, energia e regole ambientali/sanitarie. In sintesi: un comparto ancora trainante con più peso economico e filiere.

Sono lontani i tempi dell’Aima (l’Azienda di stato per gli interventi nel mercato agricolo) o dell’Ocm – Organizzazione comune di mercato – dello zucchero, oggi gli imprenditori sono attenti e pronti alla nuova Pac degli anni 2028-2034. Oggi si parla, infatti, di circa 2 miliardi di euro all’anno di produzione agricola provinciale. Un panorama che dall’inizio degli anni 2000 ha visto passare il numero delle aziende piccole/medie da 17.000 mila alle attuali 9000; con un numero minore di operatori più strutturati. Se poi facciamo il raffronto sulla Sau possiamo vedere che negli anni ’90 era di 190.000 ettari con una stima 2025 di 162.000.

Made in Brescia

Un campo di mais baciato dall'arcobaleno
Un campo di mais baciato dall'arcobaleno

Cosa è quindi in questi tempi il modello bresciano? Potremmo dire: cerealicoltura più foraggere più zootecnia intensiva. Con viti ed orticole che rappresentano «nicchie» ad alto valore ed una forte integrazione tra agricoltura e trasformazione agroalimentare. Il mais resta il pilastro agricolo bresciano seppur con un calo: dagli anni ’90 dove la superficie coltivata si avvicinava agli 85.000 ettari ed attualmente si aggira attorno ai 68.000. Una leggera diminuzione nel tempo per rotazioni, clima e vincoli ambientali.

La soia fotografa una crescita lenta ma costante: dal ruolo marginale degli anni ’90 con circa 1000 ettari a coltura stabilmente inserita con 1900 ettari. Frumento ed orzo oscillano ma non cambiano radicalmente peso. Per completare il quadro esistono colture importanti che completano il quadro; innanzitutto la vite con una superficie abbastanza stabile con grandezza fra i 7.000 ed 8.000 ettari – negli anni ’90 erano 6.000 – ma con una impronta orientata alle denominazioni ed alla qualità più che all’espansione.

Poi ci sono le patate con quasi 1300 ettari oltre, fra gli altri, a pomodoro, insalate, cipolle e zucchine. Senza dimenticare le foraggere che occupano dai 40 ai 50 ettari con erba medica, prati stabili e miscugli: colture strategiche per sostenibilità e rotazioni. Ed ancora girasole e colza, alternative a soia e cereali, con quasi 1000 ettari ed una tendenza variabile anno per anno in dipendenza dei prezzi di mercato. Quasi scomparsa è invece la barbabietola.

L’accoglienza

Non si può dimenticare poi l’agriturismo come punta dell’iceberg di una nuova concezione economica ed anche sociale dell’agricoltura. Negli anni ’90 l’Istat non contemplava cifre ed a Brescia erano pochi ed in fase iniziale. Nel 2019 la Regione Lombardia li stimava – in provincia – in 348, nel 2022 passavano a 370 per arrivare in questi tempi a 375: primo territorio regionale per strutture attive.

Ma il baricentro è sempre sulla zootecnia. Brescia è storicamente una delle province italiane con maggiore allevamento bovino, soprattutto da latte: caseifici Dop e filiere cooperativistiche ne sono l’espressione di punta. La crescita fra il 1990 ed il 2025 è lieve e legata ad efficienza produttiva più che ad espansione numerica visto che i dati attuali parlano di circa 610.000 capi.

Un aumento importante si registra nell’ambito della suinicoltura dove Brescia gioca un ruolo di primissimo piano; basta pensare che, sempre negli anni ’90, il patrimonio si aggirava sui 700.000 capi mentre oggi si parla di 1,3 milioni di suini, il tutto con un picco attorno agli anni 2010-2015 per poi stabilizzarsi. Stesso trend caratterizza anche gli avicoli passati da 800.000 ad oltre 1.200.000; così anche per ovini e caprini dove, però, l’aumento è più contenuto: dai 50.000 di trent’anni addietro ai 70.000 attuali.

Sguardo al domani

Ed il futuro? Smartphone con app che, ad esempio, consentono di verificare in modo immediato e affidabile l’utilizzabilità di agrofarmaci e fertilizzanti, oppure ecosistemi per l’irrigazione ed ancora Intelligenza Artificiale, robotica, sensori per l’agricoltura di precisione e droni sono sempre più strumenti a disposizione ed utilizzati dagli imprenditori agricoli.

Una professionalità che coinvolge, oltretutto, sempre più giovani ed attenta al mercato, all’evoluzione della Politica agricola comunitaria ed anche agli accordi internazionali che si vanno via via concretizzando in ogni parte del mondo. Il Mercosur ed anche il recentissimo accordo fra Stati Uniti ed Argentina sono, seppur per aspetti differenti, esempi che l’imprenditorialità agricola bresciana ha ben presenti; la testimonianza concreta arriva dalla partecipazione alla vita sindacale ed alle battaglie che sono portate avanti dove le parole reciprocità e rispetto delle produzioni locali sono ormai affiancate ad uno sguardo ai mercati mondiali.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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