Fagiolo della Valvestino e carciofo di Malegno: due gemme bio da tutelare
Otto specie vegetali entrano a far parte dell’Anagrafe nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare. Tra queste ci sono anche due prodotti bresciani: il fagiolo della Valvestino e il carciofo di Malegno. A comunicarlo è l’assessore regionale all’Agricoltura, sovranità alimentare e foreste, Alessandro Beduschi.
Oltre alle due varietà bresciane, sono stati riconosciuti anche il mais di Suzzara nel Mantovano, il pisello precoce di Miradolo Terme e il mais di Torre d’Isola nel Pavese. Sono della provincia di Bergamo invece il mais rostrato rosso di Rovetta e il castagno di Balestrera. Completa il quadro la patata bianca di Starleggia in provincia di Sondrio.
Cos’è l’Anagrafe della biodiversità
L’Anagrafe nazionale della biodiversità è il registro istituito dal Ministero dell’agricoltura per rispondere a un obiettivo: riconoscere il valore di prodotti a rischio estinzione o erosione genetica, ossia la perdita di diversità genetica dovuta alla distruzione di territorio come le foreste o all’industrializzazione di pratiche agricole. Pertanto l’ingresso di un prodotto nel registro comporta la sua conservazione e tutela.
«Iscrivere una varietà a questa Anagrafe – dichiara Beduschi – significa non solo delimitarne l’origine territoriale e le caratteristiche distintive ma certificarne l’esistenza. Non è un elenco simbolico: è un atto formale dello Stato. L’Anagrafe serve a trasformare varietà che rischiavano di scomparire in patrimonio protetto e potenzialmente valorizzabile, con un ruolo che unisce tutela ambientale, identità culturale e prospettiva economica».
Tuttavia non tutte le risorse possono farvi parte: per esserlo infatti devono essere correttamente caratterizzate e conservate nei campi, nelle aziende agricole oppure tramite centri di ricerca o banche del germoplasma, ossia strutture di conservazione fuori dal luogo naturale.
Le due specie bresciane
Il fagiolo della Valvestino è detto anche fagiolo di Spagna o del diavolo. Ed è una varietà è caratterizzata da piante rampicanti, molto vigorose e foglie alterne e trifogliate. I suoi fiori sono numerosi e di colore rosso, mentre quelli bianchi o bicolore sono più rari da trovare.

Comunemente veniva chiamato «El fasöl» perché era l’unico prodotto tradizionalmente coltivato nella zona della Valvestino. Secondo le informazioni disponibili sul Portale Nazionale della biodiversità si ipotizza che sia stato introdotto nel XVII secolo da commercianti lombardi. Anche se lo storiografo Vito Zeni, in una sua pubblicazione, afferma che «non vi sono testimonianze storiche della coltura di questa leguminosa in epoca anteriore al 1800».

L’origine del carciofo di Malegno invece è ignota, ma sempre secondo le ricerche presenti sul Portale, è certo che la sua coltivazione negli orti e nei terrazzamenti privati esista da almeno un secolo nel comune di Malegno.
La pianta presenta un unico periodo di produzione, che va da aprile a giugno, e i suoi capolini centrali e laterali (ossia l'infiorescenza che si forma alle estremità del fusto principale e delle sue ramificazioni) sono molto più piccoli rispetto ad altre varietà.

Il carciofo è coltivato su suoli concimati, lasciando a disposizione di ciascuna pianta un metro quadrato affinché possa sviluppare le proprie foglie e i propri polloni (cioè i rami che si sviluppano ai piedi della pianta) senza impedimenti o stress.
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