«Dice di più esser maritata hora, hora esser vedova, hora volersi maritare, et finge tra l’altro un matrimonio falsamente fatto qui ad uno romano, et ciò ha fatto solo per ricuperarsi le perle, le maniglie d’oro, et altre gioie ch’ella portava contra la dispositione della parte fatta dal serenissimo Principe».
Venezia 1580. Processo a carico della cortigiana Veronica Franco, accusata di pratiche superstiziose. A rendere testimonianza è il precettore del figlio, Ridolfo Vannitelli che l’accusa, fra l’altro, di un falso matrimonio col romano Paolo Saccoccio. E di sfruttare a proprio vantaggio l’ambiguità della propria posizione sociale, dicendo ora di essere sposata, ora vedova, agghindandosi come le donne sposate per aggirare le leggi suntuarie della Repubblica che proibivano alle cortigiane di indossare perle vere, oro e pietre preziose come le gentildonne veneziane.
Ma davvero Veronica si era risposata con il romano Paolo Saccoccio, che poco prima aveva nominato suo procuratore per recuperare dall’Ufficio della Zecca 75 ducati di capitali? O era anche questo un falso matrimonio? Per provare a far luce su questa vicenda e su altri aspetti tutt’altro che limpidi della biografia della celebre cortigiana e poetessa Severino Bertini ha messo mano, con usuale competenza, alle carte, cavando dall’Archivio di Stato di Venezia importanti documenti sulla donna e sul suo primo marito, il lonatese Paolo Panizza. I risultati sono esposti in un brillante contributo da poco pubblicato sulla rivista Misinta (n. 65, giugno 2026, pp. 11-28) dal titolo «I mariti della cortigiana onesta. Nuovi documenti su Veronica Franco».
Testamenti e carte
Molto è stato scritto su questo personaggio. Forse con penna da romanzieri più che da storici. Si è detto che fosse Paolo il primo cliente al quale la madre l’aveva consegnata ancora ragazzina. Il Panizza è l’oscuro medico, figlio di notaio, di cui parlano le biografie. Dalla natia Lonato si era trasferito in Laguna poco prima del 1561. Risale proprio a quest’anno un documento da cui risulta la permuta col fratello Bernardino di una casa a Lonato. Ma perché avrebbe avuto interesse ad acquistare una casa nella cittadina gardesana se si era da poco trasferito a Venezia?
La risposta si nasconde forse nei suoi rapporti con Veronica che a quest’epoca aveva probabilmente appena sposato. Nata nel 1546, la 16enne Veronica all’epoca già esercitava il mestiere in calle Santa Maria Formosa. A farle da ruffiana la madre, Paola Fracassa. Forse allora il fresco sposo voleva lasciare Venezia per allontanarla da quella vita che non condivideva? Non lo sappiamo, né Bertini si azzarda ad andare oltre l’ipotesi. Le carte d’archivio ci dicono altro. Bertini fa parlare due testamenti: quello di Veronica e quello del marito. Nel primo, redatto nel 1564, la donna, paventando un parto difficile, espresse la volontà di lasciare tutti i suoi beni al «mio fio over fia che nasceranno de mi» e al mercante ragusino Giacomo Baballi «el figliuolo over figliuola che nasceranno de mi come a suo padre». Il Baballi era forse il padre del nascituro Achille?

La versione di Paolo
Veronica nutrì sempre seri dubbi sulla paternità dei propri sei figli, avuti da clienti, amanti, protettori. Nessuno dal marito Paolo Panizza che nel testamento è citato fuggevolmente riguardo la dote. I due dovevano essere separati. O forse il matrimonio era stato concordato, ma non concluso in termini legali. Torna allora di grande importanza il testamento di quest’ultimo. Paolo, tornato a Lonato, si era rifatto una vita, dimenticando la cortigiana veneziana. Il figlio che Veronica non aveva saputo dargli glielo aveva dato la sua governante, dalla quale era nata Caterina. Poté però godersela poco.
Nel 1570, malato, Panizza dettò le proprie ultime volontà da cui risulta che il contratto di matrimonio «cum domina Veronica filia domine Paule habitatrice Venetiis» non era mai stato giuridicamente concluso né aveva egli ricevuto dote alcuna.
Pochi anni prima, convocato a Venezia dopo la morte di Paola, la madre di Veronica, per far valere i suoi diritti sull’eredità, aveva espresso parole durissime: non intendeva intraprendere alcuna azione legale, perché nulla più voleva avere a che fare «nec cum dicta domina Paula nec cum dicta domina Veronica». Inciso: Veronica, la meretrix honesta cortigiana noncupata, sarebbe scomparsa il 22 luglio 1591, trent’anni dopo aver dettato quel testamento. Paolo non fece in tempo a leggere le sue «Rime», pubblicate a Venezia nel 1575.



