Veltroni: «I regimi nascono con gli applausi e finiscono tra le lacrime»

Lo scrittore e regista giovedì 20 alle 21 sarà al Palazzetto dello sport di Ponte di Legno per una lezione sulla libertà al Festival «Il sentiero invisibile»
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Walter Veltroni - © www.giornaledibrescia.it
Walter Veltroni - © www.giornaledibrescia.it

Salirà sul parco per una lezione dedicata al valore della libertà. Walter Veltroni giovedì 20 alle 21 sarà a Ponte diLegno, ospite del festival «Il sentiero invisibile». Al Palazzetto dello sport, ragionerà attorno alla domanda che – tra integralismi e autocrazie – tormenta il nuovo millennio: c’è ancora la possibilità di credere nella democrazia e nella comunità?

Veltroni, il valore della libertà lo comprendiamo di più quando riusciamo a esercitarla o quando rischiamo di perderla?

Temo la seconda. La libertà è come l’ossigeno: ti accorgi della sua importanza quando comincia a mancarti. E questo è un tempo della storia in cui la libertà comincia a mancare in tante parti del mondo. Tutto quello che pensavamo di essere riusciti a conquistare nella seconda parte del Novecento, con la fine dei regimi dell’Est, dopo che si erano liberate Spagna, Portogallo, Grecia e poi Cile e Argentina dalle dittature di segno opposto, sembra oggi essere di nuovo messo in discussione. In una forma inedita, nuova, ma la direzione di marcia mi sembra irresponsabilmente quella di una riduzione della libertà, che porta con sé sempre il rischio di una guerra.

La libertà si perde poco alla volta o c’è una rottura improvvisa?

Succede in tutti e due i modi: a strattoni e scendendo un gradino per volta. A strattoni, con cose che sono inimmaginabili. Pensiamo all’assalto al Parlamento degli Stati Uniti: per tutti noi che siamo cresciuti con l’ammirazione per un Paese nel quale non c’erano mai state dittature, è stato veramente un punto di svolta. E poi succede quotidianamente, perché ogni giorno si dicono parole che fino a ieri erano impronunciabili. È stato così anche negli anni Trenta del secolo scorso. I libri sull’avvento del fascismo e del nazismo, raccontano questo: a un certo punto quello che era indicibile è diventato normale. Basti pensare che il momento di massimo consenso Mussolini lo ottenne dopo aver rivendicato la responsabilità dell’assassinio di Giacomo Matteotti: ci sono dei tempi della storia in cui i disvalori prendono il sopravvento.

Lei ha dedicato molta parte del suo lavoro alla memoria del Novecento. Il rapporto tra memoria e libertà è ancora fondamentale? Una società che dimentica è davvero più vulnerabile? O è solo retorica?

La retorica oggi è il contrario di tutto ciò: è questo cinismo, questo presentismo assoluto, questa idea che non ci siano né radici né futuro. E questo tentativo di tenerci inchiodati in un angolo con un telefonino in mano, isolati dagli altri, solitari, genera una nuova retorica che è molto pericolosa.

La libertà, più che un diritto individuale, è anche una responsabilità verso gli altri?

Nella storia umana non si è mai concepito nulla, salvo la libertà e la democrazia, che garantisse la pace. Perché nella storia umana sono sempre stati i nazionalismi, i populismi, i sistemi autoritari, le autocrazie, le dittature di ogni colore a precipitare il mondo nei conflitti. In sostanza, c’è l’idea della negazione dell’altro da sé: tu sei diverso da me per il luogo in cui sei nato, per le tue idee politiche, per la tua religione, per il colore della pelle, per i tuoi comportamenti, e non hai diritto di esistere; io ti devo cancellare dalla faccia della Terra. Questo è sostanzialmente quello che c’è dentro questa poltiglia velenosa che da qualche anno viene somministrata all’opinione pubblica in tutto l’Occidente.

Noi siamo abituati a vivere in democrazia e forse tendiamo a darla per scontata. È anche per questo che facciamo fatica a renderci conto di quanto sia importante?

Sì, perché siamo giustamente carichi di critiche nei confronti delle lentezze, delle vischiosità, della macchinosità delle procedure democratiche. Però penso sinceramente che dovremmo concentrare i nostri sforzi per cercare di non precipitare in un sistema autoritario, che poi ci lascerebbe con un grande dolore. I sistemi autoritari nascono sempre con gli applausi del popolo e finiscono sempre con le lacrime del popolo. È sempre stato così. Dovremmo quindi impegnarci nel migliorare la democrazia, non nel buttarla via.

Lei ha fatto politica per molti anni. Lì è difficile rimanere liberi?

No, questa è una balla. È una balla che fa parte della delegittimazione che della politica si è fatta. Io ho smesso di fare politica, nel senso in cui tradizionalmente si intende, quasi vent’anni fa, ma non ho mai avuto la sensazione che qualcuno comprimesse la mia libertà. Tanto che ho potuto dire cose che apparivano probabilmente non in sintonia con i tempi, perché ho sempre avuto, come tutti abbiamo avuto, la libertà di pensare e di dubitare.

Quindi non si sente più libero oggi rispetto a quando faceva politica?

No, mi sono sempre sentito libero.

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