Royal Ballet di Londra, Valentino Zucchetti: «Dico addio dopo 16 anni»

Il ballerino classico bresciano, primo solista della prestigiosa compagnia britannica, si esibirà per l’ultima volta alla Royal Opera House il 24 ottobre: «Un sogno che ho coltivato da quando avevo 4 anni»
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Valentino Zucchetti in Rhapsody, 2016, photo courtesy Royal Opera House
Valentino Zucchetti in Rhapsody, 2016, photo courtesy Royal Opera House

Le erre arrotondate di Valentino Zucchetti si accentuano di anno in anno, intervista dopo intervista. E anche la cornice delle telefonate è più o meno la stessa, con il ballerino bresciano (è cresciuto a Palazzolo sull’Oglio) che risponde al telefono dalla palestra del teatro dove si allena tutti i giorni. Perché a Londra Zucchetti non lavora in un posto qualsiasi. Per trovarlo bisogna recarsi a Covent Garden e sbirciare dentro alla Royal Opera House: dal 2010 fa parte del corpo di ballo del Royal Ballet, dove oggi è First soloist.

Il tono della chiacchierata, però, stavolta è diverso. A ottobre (prima il 19 e poi il 24) vedrà per l’ultima volta alzarsi il sipario da dietro le quinte in veste di primo solista, danzando il ruolo di Lescaut in «Manon». A 38 anni per lui – come per moltissimi ballerini classici: il corpo chiede dolcezza dopo anni di rigore – è arrivato il tempo di smettere i panni del puro danzatore di compagnia. Senza abbandonare la danza, come ci racconta in questa intervista nella quale ripercorre la sua carriera di ballerino di una delle compagnie classiche per antonomasia.

La fine dell’esperienza può essere occasione per ripercorrere l’inizio. Come approdasti al corpo di ballo del Royal Ballet?

Quando cominciai a ballare, alla scuola Enjoy Dance in provincia di Bergamo, avevo 4 anni, e già a 11 anni mi sono trasferito a Milano per studiare alla Scuola di danza del Teatro alla Scala, dove sono rimasto per cinque anni. A 16 anni mi sono trasferito a Londra, alla Royal Ballet School, dove mi sono diplomato nel 2007. Per due anni ho lavorato come professionista a Zurigo e poi a Oslo e nel 2010 sono entrato nel Royal Ballet. Ormai sono lì da 16 anni e dal 2014 sono primo solista. Qui ho avuto anche l’opportunità di creare molte coreografie.

Qual è stato il primo ruolo?

Nel 2010 ero nel corpo di ballo in «Onegin». Da primo solista, «Scene de ballet» di Frederick Ashton, un bel ruolo.

Zucchetti nel ruolo di Puck in The dream di Frederick Ashton, nel 2012 - photo courtesy Royal Opera House
Zucchetti nel ruolo di Puck in The dream di Frederick Ashton, nel 2012 - photo courtesy Royal Opera House

Com’è dunque la vita di un first soloist? Immagino dura, dal punto di vista fisico...

Io vivo in teatro. Entro alle 8.30 e, quando ho uno spettacolo (conta che ne mettiamo in scena circa 130 all’anno) esco alle 23. Quando non siamo in scena, finiamo verso le 18. Le giornate durano dalle nove alle dodici ore tra lezioni, prove, spettacoli e allenamento per mantenere la forma.

E com’è vivere a Londra? Ci arrivasti da giovanissimo.

È una città fantastica, soprattutto per il lavoro che faccio. Offre eventi culturali continui ed è molto cosmopolita. Quando sono arrivato a 16 anni ho trovato una città che aveva davvero tutto. Però, a dire la verità, non ho avuto molto tempo per esplorarla. Faccio parte del teatro, di quell’organismo vivo che offre intrattenimento alla città. Vivo lì.

Re Carlo è sempre stato un grande sostenitore del Royal Ballet. Lo avevi descritto come una persona molto attenta all’arte coreutica. L’hai incontrato anche da re, oltre che da principe?

Sì, due mesi fa (sorride). C’è stato un gala per il cambio dello stemma reale del sipario che portava ancora il nome della regina Elisabetta. Per quell’occasione ho creato una coreografia apposita. Mi ha visto e mi ha fatto i complimenti. È stato bello essere riconosciuto anche per il lavoro da coreografo, non solo da ballerino.

Quando hai deciso di dire addio alla compagnia?

La decisione è nata da una conversazione con il direttore un paio di mesi fa. Abbiamo parlato del punto in cui ero arrivato, di come mi sentivo e di cosa volessi fare in futuro, e di quando avessi voluto farlo. Siamo arrivati alla conclusione che la prossima stagione sarebbe stata l’ultima. Avevo scelto anche la produzione con cui chiudere. Il ruolo di Lescaut in «Manon» di Kenneth MacMillan è sempre stato uno dei miei preferiti e ci è sembrato il modo giusto per concludere questo percorso. Ecco perché alla fine l’addio sarà già ad ottobre. Smetto di ballare in compagnia, ma non è la fine della mia carriera nel Royal Ballet. Ci saranno altri modi per contribuire, come coreografo e insegnante. Ho avuto una carriera molto lunga e intensa, ma ora il fisico mi chiede di cambiare.

Gli infortuni quindi hanno influito?

Sì, come accade a tutti i ballerini, soprattutto negli ultimi cinque o sei anni. Anche perché ho sempre avuto uno stile molto atletico, con tanti salti e figure particolarmente impegnative dal punto di vista fisico.

Valentino Zucchetti e Luca Acri in Symphonic Variations, nel 2014 - photo courtesy Royal Opera House
Valentino Zucchetti e Luca Acri in Symphonic Variations, nel 2014 - photo courtesy Royal Opera House

Negli ultimi anni hai costruito anche una carriera da coreografo. Sarà questa la tua strada?

Ho l’ambizione di dirigere una compagnia e di continuare a coreografare. Sono gli obiettivi più importanti per me in questo momento e ho avuto l’occasione di prepararmi in questa direzione. Non smetterò mai di allenarmi, perché è importante anche per un coreografo, per evitare infortuni. Continuerò probabilmente a ballare, ma solo in modo occasionale.

Hai già nuovi incarichi?

Sì. Ho anche un ruolo come manager artistico e coreografo del New English Ballet Theatre e sto ricevendo alcune commissioni da diverse parti del mondo. Il calendario inizia già a riempirsi.

Sei pronto per l’ultima esibizione?

Cerco di non emozionarmi troppo in anticipo, ma sarà sicuramente una serata molto intensa. Era il sogno che avevo da bambino, che ho costruito da quando avevo 4 anni. Quel sogno ora si chiude, ma allo stesso tempo si apre un’altra strada.

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