Tegamini ha scritto un libro: «Parlo di vendetta, Dumas e quotidianità»

Francesca Crescentini (questo il vero nome della bookblogger) ha pubblicato con Einaudi «La vendetta è un ballo in maschera»: lo presenta alla Riserva
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Francesca Crescentini - © Eleonora Proietti
Francesca Crescentini - © Eleonora Proietti

Da traduttrice a bookblogger, da bookblogger a content creator, da content creator ad autrice. Nientemeno che per Einaudi, la casa editrice per cui già lavorava. Tutti la conoscono come Tegamini, ma sulla copertina stavolta c’è scritto Francesca Crescentini, nello stesso font della casa editrice, proprio come lei ha voluto. Perché quello della scrittura era un sogno da trattare con rispetto e dignità. Un sogno che tuttavia pare naturalissimo, per chi la segue da tempo: Tegamini parla di libri, con un vocabolario vastissimo e una capacità di coinvolgimento davvero preziosa. Pensare che ora sia lei, a scriverne, non sembra strano. Il suo primo libro, «La vendetta è un ballo in maschera», è un meta-libro sui libri e la lettura: lo presenta anche a Brescia, introdotta da Giulia Cuter e ospite della Riserva del Grande e della Nuova Libreria Rinascita. L’appuntamento è per questa sera (mercoledì) alle 19. Ne abbiamo approfittato per fare quattro chiacchiere.

Francesca, tu vieni dal mondo dell’editoria. Sei traduttrice, prima che autrice: ti saresti mai aspettata di trovarti dall’altra parte?

È sempre stato un grande sogno, una bella idea da coltivare nel tempo. Però non mi sono mai sentita abbastanza salda da fare questi salti nel buio, quindi ci sono arrivata piano piano, quando il momento era giusto. Anche solo per avere lo spazio di lavorare a un libro senza qualcuno che mi suggerisse idee che non condividevo. Sono contenta di aver portato qualcosa di mio, di bizzarro e inaspettato, ma che ho potuto coltivare nel mio spazio. Prima di tutto per me, senza particolari ambizioni. Dopodiché, vedere che il libro viene accolto positivamente fa sempre piacere.

«Il Conte di Montecristo» è al centro di questo libro. Come mai l’hai scelto?

Dovevo scegliere uno tra tutti i classici che avrei potuto leggere per la prima volta e mi sono lasciata guidare da ciò che pensiamo di sapere di questo mastodontico romanzo, ovvero che è una storia di vendetta, una soddisfazione viscerale che appartiene a tutti gli esseri umani, un sentimento malevolo ma condiviso. Ed è questa la fortuna di certi libri: prendono sentimenti che appartengono a tante persone e ne fanno qualcosa di enorme. Sono partita dal tema della vendetta perché era un momento di rabbia e spaesamento per la mia famiglia. Non si può controllare tutto, ma a noi erano successe cose che trovavo inspiegabili e che rientravano nella categoria del «non me lo merito». Avevo un grande accumulo di rabbia e confusione che non sapevo dove mettere. Mi sono chiesta: cosa scelgo per fare questo esperimento? E ho scelto la vendetta. Vediamo se Dantès, che sappiamo tutti essere molto bravo a risolvere le cose e a fare giustizia, riesce a fare lo stesso anche con la mia vita. O se mi mostra un altro modo di guardarla.

«Il Conte di Montecristo» è uno di quei romanzi che si è fortunati a non aver ancora letto, nel senso che si ha la possibilità di scoprirlo per la prima volta. Quali sono i libri che hanno suscitato in te la stessa sensazione?

Dipende. Tutte le letture che sono diventate significative per me sono legate a un’esperienza individuale, perché in ciò che leggiamo portiamo chi siamo e ciò che ci è successo. Potenzialmente, quindi, ogni libro può essere rivelatorio. I classici, anche per la loro mole e per il tempo che ci passi insieme, hanno sicuramente quest’aura. Dipende molto dal tempo che dedichi loro e da ciò che ti aspetti. Spesso sono caricati di aspettative e per questo li si legge con il rispetto reverenziale che meritano, e che restituisce qualcosa. Non sempre funziona, ma tutti i libri che per me sono stati importanti sono arrivati in un momento particolare, magari non quello giusto, ma comunque significativo. Se devo fare dei nomi, direi «Infinite Jest». Non perché «bisogna leggere David Foster Wallace», ma perché per me è stato sconvolgente. E lo stesso vale per «Anna Karenina», che mi era stato consigliato dalla direttrice editoriale di Einaudi Paola Gallo.

Parlerei anche della copertina del tuo libro, che si inserisce in quel filone di quadri classici adattati alla contemporaneità, come per la cover de «Il mio anno di riposo e oblio», ma anche per quella dell’ultimo album di Lily Allen, «West End Girl», che a suo modo parla di vendetta. È stata una tua richiesta?

Sono molto contenta della scelta. L’ho chiesta io e ne ero molto convinta sul piano visivo. I Coralli sono una collana con una tradizione lunga e solida e volevo che il mio nome e quello di Einaudi comparissero nel font ufficiale, ma desideravo anche che la copertina aiutasse a raccontare ciò che stavo cercando di fare. La mia è la storia di una lettrice di oggi che parla della quotidianità e del contesto in cui legge, ma gran parte della vicenda ruota attorno alla classicità. Il libro di Dumas ha duecento anni, appartiene all’Ottocento. Volevo che questi due piani si sovrapponessero. Il lettering è stato curato da DrBestia (nome d’arte di Andrea Cavallini). Sono molto contenta del risultato perché rispecchia lo spirito del libro.

Tu nasci come bookblogger. Com’è cambiato il settore negli anni?

Ho iniziato nel lontano 2010 con un blog che aveva l’impostazione di un contenitore curioso: un posto in cui raccoglievo tutto ciò che mi interessava, tendendo la mano a qualcuno là fuori che potesse avere le stesse passioni. Internet funzionava così e io non avevo particolari velleità. Con il tempo le cose sono cambiate. Il digitale è diventato un vero settore economico. Io e gli altri della mia generazione, che siamo partiti da lì, siamo cresciuti insieme a questi cambiamenti e ci siamo adattati a ciò che accadeva. Si sono create moltissime opportunità. I social network e le nuove piattaforme hanno permesso al pubblico di diventare più visibile e più reattivo, anche perché oggi è molto più facile entrare in contatto con chi crea contenuti. Io ho sempre scritto sia di me sia di ciò che leggevo. Ho un approccio trasversale: parlo del lavoro di traduttrice, di libri, di lettura. Oggi c’è molta più gente che osserva e partecipa; un tempo era una nicchia. C’è anche molta più gente che crea contenuti e che contribuisce a costruire una comunità attorno ai libri. È difficile dare un giudizio perfettamente calibrato, perché i canali ormai sono tantissimi. Però io ricordo di essere stata una ragazzina che leggeva e che non aveva nessuno con cui parlare di libri. Oggi le persone più giovani possono trovare facilmente qualcuno che condivide le loro passioni e che parla di lettura. E credo che questo – insieme al passaggio di testimone – sia molto bello.

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