Moni Ovadia: «L’ebraismo è in un certo senso un progetto umoristico»

L’attore e regista è in scena da martedì al Teatro Borsoni con lo spettacolo-lezione «Ridere, sganasciarsi, scompisciarsi»
Elisabetta Nicoli
Moni Ovadia
Moni Ovadia

Strumento di pensiero, di libertà e di intelligenza critica, l’umorismo è un antidoto potente per i mali del fanatismo, dell’integralismo, delle prevaricazioni del potere. Moni Ovadia, che nella tradizione ebraica ha avuto una scuola importante in tal senso, se ne fa maestro nello spettacolo-lezione previsto al Teatro Renato Borsoni di via Milano 83 da martedì 3 novembre alle 20.30, ogni sera fino a domenica 8 alle 15.30 per la cinquantatreesima Stagione di prosa del Ctb. Prodotto dal Centro teatrale bresciano, in collaborazione con Corvino Produzioni, lo spettacolo «Ridere, sganasciarsi, scompisciarsi. Per una critica della ragion umoristico-paradossale» è ideato e diretto da Moni Ovadia, che sarà in scena con Giovanna Famulari, violoncellista e pianista, esecutrice dal vivo delle musiche.

Elisa Savi, aiuto regista, firma la scena e la drammaturgia, le luci sono di Stefano Dellepiane. Sono pochissimi i biglietti ancora a disposizione Ci parla dello spettacolo Moni Ovadia, in risposta ai nostri quesiti.

Perché l’umorismo merita riflessioni serie?

Se ne sono occupati grandi studiosi. Il filosofo francese Henry Bergson ha scritto «Le rire», Sigmund Freud si è soffermato sui motti di spirito, Ludwig Wittengstein dice che un serio saggio filosofico dovrebbe essere costituito da barzellette. Abbiamo oggi grandi capolavori nella letteratura umoristica. Umberto Eco, di cui ero molto amico, mi tratteneva fino alle 5 di mattina in tenzoni notturne a colpi di barzellette. L’umorismo è un argomento molto importante: sottotraccia permette di smascherare arroganza, stereotipi, prevaricazioni del potere. In questo mondo, in cui tendono a riemergere il fanatismo e l’integralismo, è uno strumento necessario.

Come svolgerà la sua trattazione?

Terrò delle vere lezioni, per argomenti. Saranno punteggiate da esercizi: battute, aforismi, barzellette, in collegamento con riflessioni di carattere filosofico e sociologico-antropologico. Ci saranno canzoni umoristiche, parodie come quella di Nanni Svampa su «Montecarlo», cose sapide come la trasformazione di «New York, New York» in «Barletta, Barletta», da parte di Lino Banfi.

Perché l’umorismo ha tanta parte nella cultura ebraica?

Perché è lo strumento ideale per sconfiggere l’idolatria. Per difendersi dall’arroganza. È uno strumento di presa di consapevolezza. In un certo senso, si può dire che l’ebraismo è un progetto umoristico. All’origine della stirpe degli ebrei, Abramo si scompiscia e Sara ride per l’annuncio dei tre arcangeli. «Il Signore mi ha fatto ridere», dice Sara quando resta incinta e il figlio sarà chiamato Isacco, «Colui che riderà». Quando poi Abramo dovrà affrontare la prova del sacrificio del figlio, Isacco sarà detto «Il sopravvissuto che ride». Io parlo dell’ebraismo, non del sionismo. Ritengo che la patria dell’ebreo sia l’esilio. Lo dice il Levitico: «Abiterai la terra da straniero insieme a stranieri». «Tutti siete solo meticci davanti a me», dice Dio e il Talmud proibisce la sovranità nazionale. Gli ebrei sono uomini come tutti gli altri: coloro che hanno scelto l’esclusività della terra hanno abbandonato il progetto della Torah.

Ci sono segni di un cambiamento di prospettiva, oggi in Israele?

Se l’oppositore al partito finora al governo accoglierà la partecipazione degli arabi, qualcosina si potrà muovere, ma finché Israele non abbandona il sionismo non si può parlare di pace. In questo momento c’è un piccolo barlume: vediamo, senza farci illusioni. Dobbiamo guardare in prospettiva: speriamo...

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