Sulle ali di un progetto discografico e concertistico condiviso con il vulcanico attore Moni Ovadia e la violoncellista Giovanna Famulari, Michele Gazich si ritrova in lizza per una Targa Tenco 2026, che sarà assegnata ad ottobre. Nella sestina (c’è un ex aequo) delle migliori canzoni dell’anno selezionate dai giurati del Club intitolato al grande cantautore piemontese, brilla infatti «Palestina, terra di dolore», una delle composizioni inedite presenti nel disco «Yiddish Blues», che il trio ha pubblicato ad aprile. Ne abbiamo parlato con il violinista errante, compositore e scrittore di canzoni bresciano, che da alcuni anni ha scelto Venezia quale buen retiro.
Michele Gazich, qual è la genesi di «Palestina, terra di dolore»?
Nasce da uno spunto di Moni, che prima non aveva mai composto una canzone, ed è stata poi firmata da tutti e tre noi (al testo ha collaborato anche Fabrizio “Cit” Chiapello, il tecnico del suono e musicista che ha registrato «Yiddish Blues»). Giovanna ed io abbiamo convinto Moni a reinventarsi cantautore, su una tematica che gli è cara. Il confronto ha generato due canzoni relative all’orrore che ha travolto Gaza (l’altra è «Il piccolo Alì», ndr).
È quantomeno curioso che sia un ebreo a interpretare un brano di questo tipo.
Il tema sta a cuore da sempre a Moni, che ha certamente i “titoli” per una canzone come «Palestina, terra di dolore». Moni è il portavoce di quello che fu l’ebraismo della diaspora e non certo di quello che è lo stato di Israele oggi, come evidenzia in ogni suo spettacolo. In ragione del conflitto, negli ultimi anni si parla tantissimo di Palestina, ma Ovadia lo fa da decenni… e ha pure pagato le conseguenze per le sue opinioni. La nostra amicizia è costruita anche su queste fondamenta, la pensiamo allo stesso modo e inoltre anch’io ho un’attenzione forte verso l’ebraismo della diaspora. Ad esempio, ho scritto «Maltamé», canzone nella parlata degli ebrei di Venezia: Moni ha scelto di cantarla ed ora anche quella è contenuta in «Yiddish Blues»…
Tu e Ovadia avete origini ebraiche, anche se geograficamente differenti (rispettivamente balcanico-ashkenazite e sefardite). Anche Giovanna Famulari?
Non esattamente... Ma Giovanna ha un incredibile interesse per la cultura ebraica, da cui è fortemente permeata. È triestina, dunque appartiene a una terra di confine, percorsa da tutta una serie di influenze balcaniche e mitteleuropee, piene di riverberi yiddish. Una miscela che appartiene in verità anche alla mia famiglia, nella quale c’è una componente ebraica, ma anche presenza di cattolici e cristiani ortodossi: un mix tipico dei Balcani!

È un terreno illuminato da risonanze condivise, quello in cui hanno visto la luce il disco «Yiddish Blues», e lo spettacolo che ne è derivato?
Il blues è la condizione dello spirito di chi si trova lontano da ogni dove. È una musica di esiliati, di schiavi, di martirizzati, originata dallo sradicamento: la cultura yiddish è una cultura di esilio, di assenza di patria e di confini. Qualcosa che sento anche personalmente: la mia famiglia si è mossa tra Turchia, Stati Uniti, ex Jugoslavia e infine l’Italia! E ora sto bene a Venezia perché è luogo di incrocio di culture. Certo, il blues come genere musicale è afroamericano, ma hanno il blues (come un sentire interiore) anche gli ebrei della diaspora e oggi tragicamente i palestinesi, che vivono un paradossale esilio a casa propria. «Yiddish Blues» (a cui ha offerto un contributo decisivo anche il mio storico collaboratore e chitarrista Marco “Tibu” Lamberti) è nato in circostanze di condivisione fraterna di musiche e idee, in lunghe serate che Giovanna ed io abbiamo trascorso a casa di Moni, suonando, cantando e raccontandoci storie. Mentre riscoprivamo vecchie canzoni, abbiamo cominciato a scriverne di nuove, e alla fine è nato un bel bambino di ottant’anni… Moni Ovadia cantautore! Giovanna ed io siamo onorati di esserne stati i maieuti, di avere in qualche modo ispirato questa nascita, specchio del coraggio e della curiosità di Moni. Lui ha poi insistito sull’idea del trio paritario, come Crosby, Stlls & Nash (ride, ndr), con un gesto generoso e decisamente atipico nel poco gentile mondo del music business.


