Basta Bitcoin, token, portafogli digitali. Altro che criptovalute. Violini e strumenti ad arco antichi sono (anche) una forma di investimento. Redditizia, gradita, sicura, vantaggiosa (per ascoltatori e i musicisti, oltre a collezionisti, uomini d’affari, amateurs). Il loro valore tende a crescere costantemente nel tempo, come i quadri celebri. Esistono rating per autore, stato di conservazione e originalità, storia e provenienza, per come suonano. Poiché un profano difficilmente saprebbe distinguere fra un violino scadente e uno prestigioso, meglio affidarsi a esperti e istituti specializzati. Il mercato è ormai globale, in primis Londra, New York, Amsterdam, Parigi, con una domanda crescente dell’Asia. Sono altresì opere d’arte viventi che desiderano solo fare ciò per cui sono state create: suonare.
Nato per suonare

«L’acquisto per investimento di uno strumento ad arco antico dovrebbe essere finalizzato al suo utilizzo e non può considerarsi disgiunto dalla sua funzione musicale – conferma Ettore Nordio, fondatore di Cremona Violin Store ed esperto del settore –. Anche in questo àmbito vi sono copie e falsi, errori di valutazione e attribuzione (ma molti meno rispetto al mercato dell’arte figurativa), con pochi veri esperti riconosciuti: J&A Beare (Londra), Schroeder (Francoforte), Carlson e Blot (Cremona), Rampal (Parigi), Tarisio Auctions, Reuning (Boston), Bein & Fushi (Chicago)».
La più importante collezione italiana, Fondazione Pro Canale, acquista questi magnifici strumenti e li dà in prestito a rinomati concertisti. Kavakos, Berman, Quarta, Krylov, Dindo hanno iniziato la loro carriera suonandoli; oggi rinascono nelle mani di nuove stelle dell’archetto (Prandi, Cardaropoli, Marzadori, Piccotti). Così si protegge un patrimonio mondiale e lo si restituisce alla comunità.
All’estero operano Dextra Musica (Norvegia), Stradivari Stiftung (Svizzera), The Nippon Music Foundation (Giappone), Beare’s Violin Society (Inghilterra), Stradivari Society (Usa). «Nell’Otto e Novecento alcuni autori come Poggi, Pressanda, Rocca, il bresciano Scarampella hanno aumentato il loro valore in maniera esponenziale – aggiunge il bresciano Filippo Fasser, da 35 anni uno dei protagonisti della liuteria italiana (suoi strumenti fanno la gioia di concertisti internazionali, Bashmet, Brunello, Sollima, Luca Ranieri) –. Paragono spesso i violini al vino: connessi alla cultura del luogo, alle materie prime, al “terroir”, a un mestiere che vive di sapienza artigianale antica legata al fare e tramandata in bottega da maestro a discepolo».
Fra il racconto e il mito
Ogni strumento importante ha una storia da raccontare, una personalità, un’anima, tratti quasi antropomorfi. Conoscono il padrone, ne serbano memoria. Emanuel Feuermann, prima di consegnare il suo Stradivari «De Munck» a Steven Isserlis, confida: «Quando attaccai i primi suoni di “Schelomo” di Enest Bloch ebbi l’impressione che il violoncello conoscesse già questo pezzo». Louis Krasner compra il «Dancla» da Nathan Milstein: «Lo stile e le note di Nathan erano ancora presenti nel violino: gli rimaneva fedele».
Jean-Marie Leclair, brutalmente assassinato nella sua abitazione parigina nel 1764, prima di morire stringe a sé il suo Stradivari, macchiandolo di sangue. La chiazza scurisce progressivamente (il cadavere viene trovato due mesi dopo), fino a diventare quasi nera: da qui il nome «Violin Noir» (oggi lo possiede Guido Rimonda).

Non semplici oggetti, ma creature sensibili e suscettibili, gelose e generose, audaci e superbe. Il russo Maxim Vengerov, del suo «Kreutzer» (comprato per un milione di sterline) svela: «È un matrimonio, è così pieno di femminilità…». Viktoria Mullova: «Il mio “Jules Falk” è ribelle, capriccioso, da conoscere nell’intimità. Ogni corda richiede un approccio diverso».
Akiko Meyers, sul «Vieuxtemps»: «Sembra di avere del colore sulla punta delle dita». «Suonare un Guarneri è come gustare ricco cioccolato, mentre uno Stradivari ha il sapore di un gelato alla vaniglia o alle fragole»: parola dell’autorità Geoffrey Fushi.



