Il tempo sospeso dell’infanzia, delle lunghe attese interminabili e dei ricordi che riaffiorano senza essere chiamati. È un viaggio nella memoria, ma anche nelle possibilità del futuro, quello proposto dalla serata dedicata alla danza contemporanea – appuntamento fisso per gli appassionati – andata in scena stasera al Teatro Grande, con «Ti ricordi il futuro?» di YoY Performing Arts e «Madeleine» di Stefania Tansini, presentato in prima nazionale. Ad aprire la serata, nel Salone delle Scenografie, Emma Zani e Roberto Doveri danno corpo, con estrema eleganza, a un’infanzia sospesa tra realtà e artificio.
Più inquieta e perturbante è, invece, la memoria esplorata da Stefania Tansini in «Madeleine», nella Sala Palcoscenico Borsoni. Il riferimento è all’indimenticabile pagina di Marcel Proust, in cui il sapore di un dolce – la madeleine, appunto – risveglia il passato nei ricordi dell’autore. Ma qui di dolce c’è ben poco. Il ricordo evocato da Tansini attraversa il corpo, affiora in gesti e pose da bambina e in un trucco che accentua le guance con una sferzata di blush acceso, quasi a evocare il gioco infantile del travestimento.
La spontaneità del gioco si alterna a movimenti di una precisione meccanica, evocando bambini a tratti reali, a tratti robotici, come figure riemerse da un ricordo lontano o di un lontano futuro. A ispirare la coreografia è l’opera di Valerio Berruti «C’è troppa luce per non credere nella luce” (Belgrado, 2011), con le sue figure infantili raccolte in cerchio, in attesa di un futuro possibile, che diventano anche elemento scenico che accompagna la performance. La delicatezza del lavoro trova, infine, sintesi nel piccolo origami lasciato agli spettatori, un gesto gentile che porta una riflessione in più fuori dalla scena.

La dimensione dell’infanzia si incrina però continuamente. Le tre interpreti attraversano situazioni che oscillano tra il noto e lo straniante, tra una femminilità costruita e qualcosa di più istintivo, rabbioso, selvaggio e a tratti disturbante. Come nell’apparizione di un lungo oggetto vermiforme, una sorta di enorme lombrico, che introduce una presenza organica e ambigua, difficile da ricondurre a un significato univoco e capace di inghiottire le danzatrici celandone i corpi. Un lavoro che procede per frammenti, lasciando emergere una memoria poco rassicurante, fatta anche di sensazioni difficili da nominare. Due lavori molto diversi, accomunati dalla ricerca di un tempo che sfugge alla linearità. In YoY l’infanzia è ancora il luogo delle possibilità, ieri, oggi e domani. In Tansini diventa, invece, uno spazio indecifrabile, capace di turbare, con la sua eco, il presente.



