La memoria archeologica del corpo: nasce da questo concetto «Madeleine», la performance di Stefania Tansini che verrà presentata in prima italiana questa sera alle 20 nella Sala Palcoscenico Borsoni del Teatro Grande, nell’ambito della Serata Danza, e che si ispira al celebre «À la recherche du temps perdu» di Marcel Proust. La coreografa e danzatrice, vincitrice del Premio Ubu 2022 come miglior performer under 35, indaga il rapporto tra memoria, sensi e percezione del presente. La serata comprende anche «Ti ricordi il futuro?» di YoY Performing Arts, in programma alle 19 e alle 21.30 nel Salone delle Scenografie e ispirato alla mostra personale di Valerio Berruti «C’è troppa luce per non credere nella luce». I biglietti per i singoli spettacoli costano 18 euro (intero), 10 euro (under 30) e 14 euro (over 65); il carnet per entrambe le performance costa 20 euro. Abbiamo intervistato Tansini.
Qual è dunque questa madeleine che suscita ricordi e sensazioni?
La madeleine dello spettacolo non è legata al ricordo e alla memoria della vita, come nel caso del protagonista proustiano: la nostra non ha nulla di personale, non c’entro nemmeno io, ma si aggancia a una memoria più archeologica del corpo. Ho attivato la dimensione della madeleine in quanto presentificazione di un corpo.

In scena non sarà sola. Cosa vedremo?
Saremo in tre. Questo lavoro in realtà coinvolge quattro presenze totali, ma in scena una non c’è, come mancasse sempre un pezzetto. Il lavoro è nato da incontri avvenuti nell’arco di un anno e mezzo: incontri di persone, luoghi, luci, situazioni, attrici, performer… Abbiamo raccolto e miscelato tutto in una composizione-struttura e nel cast che vedremo a Brescia. La quarta ragazza peraltro ci sarà, ma tra il pubblico. A partire da una lente di realtà quotidiana, e da situazioni e accadimenti semplici, le tre presenze ci trasporteranno in un’altra esperienza, un attraversamento di luoghi, rituali, visioni oniriche, situazioni immaginifiche... Vedremo un accadimento reale, ma di qualcosa che reale e quotidiano non è. Ciò che accadrà nel qui e ora porterà altrove.
Nella sinossi si parla del suo linguaggio fisico: come lo definirebbe, quali sono i tratti che lo rendono riconoscibile?
Affronto sempre il corpo come organismo e territorio instabile, in trasformazione e trasfigurazione, sempre relazionato a un pieno e a un vuoto. Anche nella coreografia ci saranno momenti pieni a favore di momenti di rilascio di energia e andamento organico. Il corpo è uno strumento, specchio della dimensione drammaturgica, registica e coreografica, che parte dal corpo. La dimensione coreografica e registica sfuggono da una definizione stabile e generano forme e relazioni inafferrabili come la vita, perché la danza per me è legata a uno stato vitale. Intendo il corpo in questi termini: è la mia ricerca corporea in senso stretto.
Questa sarà una prima italiana: cosa significa per lei presentarla proprio al Grande, che da anni la sostiene?
Sono felice di questo debutto qui. Il Grande sostiene in maniera attiva la mia ricerca e tutto è possibile grazie a questo. Si tratta di un luogo che accoglie e ha accolto la ricerca, elemento che negli ultimi anni nel panorama italiano manca. È molto accogliente.




