«Emanuele Severino è forse il primo filosofo che ho ascoltato dal vivo. Avevo 15 anni e assistetti a una sua conferenza. Allora non ero in grado di capirne il contenuto, ma ricordo ancora il suo carisma: si percepiva la voce di un grande pensatore del Novecento». Anni dopo quel primo ascolto, Lucrezia Ercoli entrerà nella casa museo del filosofo bresciano: sabato alle 16 riceverà qui, in via Callegari 15, il Premio Parmenide conferitole dal Festival della Filosofia in Magna Grecia, in collaborazione con il Centro Casa Severino.
La studiosa marchigiana insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Collaboratrice di giornali e trasmissioni televisive, è la direttrice artistica di Popsophia, associazione dedita a un filone di ricerca che «coniuga la riflessione filosofica con i fenomeni pop della cultura di massa». A Brescia sarà introdotta da Massimo Donà (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano) e premiata da Pina Russo e Annalisa Di Nuzzo (Festival della Filosofia in Magna Grecia). Interverranno Elena Castelletti (CCS-ASES) e Alberto De Vita (Università Vita-Salute). L’ingresso all’incontro è libero con prenotazione a centrocasaseverino@gmail.com. La diretta streaming è visibile sul canale YouTube dell’Associazione Studi Emanuele Severino. L’abbiamo intervistata in vista dell’appuntamento bresciano.
Professoressa Ercoli, a Brescia parlerà di «Thauma e Katastrophé. L’angosciante stupore e l’origine della filosofia». Un tema caro a Severino…
Mi ha sempre colpito la sua traduzione della parola greca «thauma», contrapposta alla lettura più comune: non la meraviglia, ma l’angoscia di fronte al divenire, al dolore e alla morte. Una filosofia che nasce come rimedio per i terrorizzati. Da Severino ho preso questo interesse per il mondo antico e per l’etimologia delle parole, ma anche la sua capacità di interrogare autori come Eschilo o Leopardi, che cercherò di richiamare nella mia conferenza mostrando che anche loro furono grandi filosofi.
Come intende affrontare l’argomento?
Rifacendomi sempre all’etimologia antica, andrò dal «thauma» dell’origine fino alla parola «katastrophé», la catastrofe, che è al centro del mio ultimo libro «La terra trema. Filosofia della catastrofe». In esso parto dalla tragedia greca per parlare di come l’uomo reagisce di fronte all’annichilimento rappresentato, in questo caso, dal terremoto. L’idea è quella di connettere con il mio lavoro le riflessioni di Severino sulla «Ginestra» di Leopardi e i pensieri del poeta sul vulcano distruttore.
L’angoscia di morte, della catastrofe, appaiono oggi sempre più pressanti, nonostante i progressi tecnologici…
La stessa tecnologia che sembrava il rimedio diventa spesso causa di distruzione. L’angoscia, la tristezza sono dilaganti e anche tra i più giovani noto questa ossessione per il tema della catastrofe, della fine del mondo. Un tratto un po’ apocalittico, presente nelle nuove generazioni con cui dialoga il Festival della Magna Grecia.
C’è un fondo filosofico anche nella cultura pop di cui lei si occupa?
Sì, io sono profondamente convinta del fatto che la filosofia sia molto spesso la cassetta degli attrezzi per interpretare il mondo e anche le cose in apparenza più banali e superficiali, che sono in realtà fenomeni di quella forma mentis occidentale della quale tutti, volenti o nolenti, facciamo parte.
Ha scritto sulla «filosofia di Chiara Ferragni», sulle serie tv: sono «sismografi filosofici del presente»?
Sono in grado di dirci qualcosa sul nostro modo di rapportarci a grandi questioni: l’identità, l’imitazione, la bellezza, tutti temi che la filosofia ha trattato. Se la tragedia greca era un fenomeno popolare, perché tutti andavano a teatro, oggi va interrogata la cultura di massa per capire qualcosa della complessità in cui viviamo. A me piace mescolare l’alto e il basso, penso che questa contaminazione sia fertile. Severino stesso, d’altra parte, nei suoi articoli sui quotidiani sapeva connettere le questioni di attualità al proprio pensiero. Una capacità di stare nel presente molto significativa, al di là dei suoi saggi che non si finisce mai di studiare.



