Il dibattito sull’intelligenza artificiale ha assunto toni apocalittici: si parla del rischio di estinzione per l’umanità e di figure mitiche come Prometeo, simbolo dell’uomo che ruba il fuoco agli dèi.
Il discorso pubblico si popola di rappresentazioni dell’IA tratte, seppur impropriamente, dal linguaggio religioso, ma quali sono i presupposti e le implicazioni della correlazione tra esperienza religiosa e nuove tecnologie? Si è provato a rispondere nel XXXIII Seminario dell’Istituto di Scienze Religiose di Urbino, dedicato a «Religione e Intelligenza Artificiale» i cui risultati confluiranno nella rivista «Hermeneutica», pubblicata da Morcelliana.
Il tema, tutt’altro che secondario, appare uno dei laboratori teorici più fertili per la comunità scientifica. Le sfide sul tavolo sono più d’una. Da un lato, l’IA costringe le religioni a confrontarsi con la necessità di cornici normative globali («algor-etica»). È questa la funzione della Rome Call for AI Ethics, promossa dalla Pontificia Accademia per la Vita, che ha posto in dialogo Chiesa cattolica, ebraismo, islam e aziende tecnologiche attorno a criteri etici condivisi. Dall’altro lato, l’IA mette alla prova la religione stessa, costringendola a ripensare i propri confini – sovrannaturale e/o artificiale, spirituale e/o virtuale – e il proprio destino.
La diffusione di strumenti di IA nelle pratiche religiose – preghiera, meditazione, adorazione eucaristica – può rappresentare un vantaggio per comunità sempre più rarefatte, ma apre interrogativi radicali: come differenziare le religioni tradizionali, monoteistiche e non, dalle nuove «religioni tecnologiche», che si fondano su presupposti simili ma non assimilabili alle prime? Adriano Fabris (Università di Pisa), ha evidenziato «un duplice movimento, di allargamento dell’uso e restringimento del senso delle stesse parole». La tecnologia amplia la possibilità delle pratiche riconducibili all’esperienza religiosa, ma riduce il valore delle sue categorie fondamentali: «spazio, tempo, comunità, spirituale, soprannaturale».
Ma il campo di innovazione offerto dalle nuove tecnologie riguarda più intrinsecamente la scienza teologica: applicati all’argomentazione, gli algoritmi possono contribuire alla ricerca di prove logico-formali e alla semplificazione delle procedure dimostrative. In questo modo opera la «teologia computazionale», illustrata da Andrea Vestrucci (University of Bamberg), in grado di rielaborare l’argomento ontologico di Anselmo o la prova ontologica di Gödel. Una prospettiva inedita, dove il tema centrale non è l’affidabilità – elevatissima – dei nuovi strumenti di intelligenza artificiale «simbolica», ma l’integrazione e interpretazione dei risultati, rispetto ai quali filosofia e teologia nella loro autonomia sono essenziali.
La questione decisiva, nel rapporto tra religione e IA, resta distinguere linguaggi, modelli, funzionalità, e in base alle differenze compiere le scelte appropriate. Qui entrano in gioco l’indagine fenomenologica e sociologica, in grado di definire le idee che sottostanno all’intreccio tra artificiale e naturale, umano e divino, e nell’«immaginario» segnano passaggi epocali, sotto il nome della moderna «razionalità strumentale» e ora di «intelligenza artificiale» (Cesare Silla, Università di Urbino) – ma anche l’origine delle credenze e il loro impatto sulle vite e sull’ambiente (Boris Rähme, Fondazione Bruno Kessler).
Non meno rilevante è il tema della salvezza nel tempo del trans- e post-umanesimo, affrontato da Antonio Allegra (Università di Perugia), e il ruolo della retorica delle istituzioni cattoliche, che oscillano tra l’interpretare l’IA come «dono di Dio» e il ricondurla a un «paradigma tecnocratico», come ha mostrato Alessandra Vitullo (Università La Sapienza) in una analisi che ha ripercorso le posizioni ufficiali della Chiesa dall’invenzione della radio ad oggi.
Se lo sviluppo tecnologico ci preoccupa, nella misura in cui mette in pericolo l’uomo – incalzandoci ad approfondimenti in materia digitale, artificiale, computazionale, virtuale – esso attualizza la necessità di interrogarsi sugli oggetti fondamentali della teologia (la natura, l’esistenza di Dio, la salvezza), che non possono considerarsi argomenti «altri» rispetto a ciò di cui si parla, e rende contemporanea l’esigenza di rileggere nel suo sviluppo storico la dottrina sociale della Chiesa, per trovarvi un orientamento possibile nelle «complesse realtà dell’esistenza dell’uomo nella società», come suggeriva Giovanni Paolo II.




